Helen Hunt scandalosa. Un film sul sesso per salvare un uomo

ROMA. «Quello che penserà la gente del mio nudo sullo schermo è più importante del privilegio di far parte di una storia così bella?», si chiede Helen Hunt protagonista di

The sessions, in sala dal 14 febbraio. La risposta è nel film, in cui interpreta una terapista sessuale che aiutaun uomo immobilizzato in un polmone d’acciaio, in grado di comunicare solo con una cannuccia tra le labbra, a vivere in pieno la propria sessualità. È la storia vera di Mark O’Brien, interpretato da John Hawkes, poeta e giornalista californiano, morto a 49 anni nel 1999, colpito dalla poliomielite da bambino, che a 38 anni decise di perdere la verginità, incoraggiato anche da un amico sacerdote, al quale, da cattolico osservante, chiese consiglio. «Non capitano spesso storie così, un inno alla vita di un uomo coraggioso, spiritoso, che non si è mai arreso. Il film è basato sui suoi scritti e su un documentario sulla sua esperienza, vissuta in parte dal regista Ben Lewin, anche lui colpito dalla polio», dice l’attrice. Cinquant’anni, bionda naturale, il fisico snello da ragazza, il sorriso luminoso di sempre, la bellezza naturale di un’antidiva, Helen Hunt, Oscar per “Qualcosa è cambiato”, appare completamente nuda per quasi tutto “The sessions”.

È stato imbarazzante?
«Non è stato facile, ma era necessario non mostrare disagio, stabilire un rapporto col personaggio di Mark. E poi mi sono detta: a 50 anni non è più tempo di preoccuparmi dei miei difetti. Certo, quando ho visto il film per la prima volta in sala al Sundance ho sentito l’imbarazzo di una parte del pubblico e ho avuto la tentazione di scappare. Alla fine però l’applauso mi ha incoraggiato. Del resto nelle scene di sesso non c’è niente di erotico né compiacimenti voyeristici».

Tra Mark e il suo personaggio si avverte all’inizio una sensazione di disagio.
«Era un disagio vero, John ed io ci eravamo incontrati una sola volta, il regista ha voluto che ci conoscessimo durante il film come era accaduto nella realtà tra Mark e Cheryl Cohen Greene, il mio personaggio».

Lei ha incontrato Cheryl Cohen Greene. Come la descriverebbe?
«Avevo molte informazioni sulla sua vita e sul suo lavoro e la ammiravo, ma quando l’ho incontrata mi ha entusiasmato. È una donna piena di vita e di passione, ha superato ogni tabù, è a suo agio con il suo corpo, non ha vergogna del sesso, crede nel valore del suo lavoro, è consapevole di aver dato il piacere della “normalità” a persone disabili, che dalla normalità si sentivano escluse. Vorrei che mi restasse addosso un po’ della sua disinvoltura».

Cheryl, sposata e madre di due figli, nel film si innamora di Mark. E nella vita?
«Ne abbiamo parlato, mi ha raccontato di un legame intenso, di un’intesa speciale che è una forma d’amore. Ha detto di averne parlato in famiglia senza nessun problema».
“Non sono una prostituta” è la sua prima battuta a Mark.

Ne è convinta?
«Certo è una “sex surrogate” che si prepara al suo lavoro con terapeuti specializzati, il suo fine è quello di liberare le persone a superare un problema per poter trovare nella vita un partner con cui toccarsi, accarezzarsi, amarsi anche sessualmente. Questa è la differenza».

“The sessions” secondo lei è un film sul sesso?
«Direi più sull’importanza della sessualità nella vita di ciascuno di noi, è un film che può far sentire meno sole le persone con certi problemi. Qualcuno mi ha detto che dovrebbe essere mostrato nelle scuole. Sono d’accordo».

di Maria Pia Fusco

da La Repubblica del 26-01-2013

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