Che brutte le rampe della Venicemarathon fino a marzo

VENEZIA. La prima volta che le installarono, parecchi anni fa, sempre in occasione della maratona, non furono pochi i veneziani che storsero il naso. «Sono orribili, queste rampe», disse il primo, indignato. «Non avrebbero dovuto permetterle», aggiunse serio il secondo. «Ma a cosa servono?», chiese il terzo, molto sospettoso. «Per aiutare i maratoneti a fare i ponti», rispose convinto il quarto. «E che bisogno hanno delle rampe i maratoneti? – insistette il primo – visto che arrivano correndo, possono fare di corsa anche i gradini dei ponti, o no?». «Ma con le rampe li superano più agevolmente», spiegò il secondo. «La maratona è fatica. Perché renderla più agevole? Se è meno faticosa, non è più maratona», sostenne il terzo. «E poi le rampe non servono solo ai maratoneti», aggiunse il quinto, che usciva dal baretto della Bragora con lo spritz in mano e l’aria di chi la sapeva lunga. «E a chi altri, allora?», indagò il quarto. «Ai ciclisti», sentenziò il terzo. «Quali ciclisti? – chiese il secondo – non è mica il giro d’Italia!». «Quelli senza gambe, che hanno delle bici speciali che pedalano con le mani», spiegò il quinto. «Ah!». «E ai disabili – aggiunse il secondo – ci sono anche degli invalidi che corrono con le carrozzelle, e altri che vengono spinti dagli amici. Una volta ne ho visto uno anche su una portantina. Se non ci fossero le rampe non potrebbero partecipare». Viva le rampe allora, che rendono una città faticosa come Venezia accessibile a tutti. Almeno a piedi. Negli anni la città ha finito per abituarsi alle tredici rampe di legno pitturate di grigio allestite per la maratona, che la attraversano sui ponti strategici come gobbe di dromedari. I primi tempi i soliti veneziani mai contenti speravano che quelle bruttissime rampe che deturpano la città e il suo paesaggio delicato, sarebbero state smontate il giorno dopo la maratona. O, al massimo, qualche giorno dopo. Invece passavano giorni e settimane, e ogni anno, chissà se per ignavia o per altro, le rampe venivano smontate sempre più tardi. Così la città, o una parte di essa, ha finito per affezionarsi a quelle gobbe sgraziate. Scoprendo che sì, è vero, non saranno carine, ma sono tanto comode. Le hanno amate e adottate, nell’ordine: i disabili in carrozzina; le mamme con bambini piccoli in carrozzella, che si sono addirittura prodigate in una raccolta di firme per tenerle, infischiandosene dell’estetica, fisse tutto l’anno; gli anziani che vanno a fare la spesa al supermercato col carrello; i bambini che scorrazzano con le bici e le automobiline; i ragazzini che si scapicollano con le tavole a ruote; i garzoni che portano ai negozi le merci con i carretti; i viaggiatori che trascinano le valigie con le ruote; i facchini e i portabagagli che trasportano carretti e valigie; le guide turistiche che fanno evitare i ponti alle comitive più anziane e che spiegano che dalla sommità delle rampe le foto vengono meglio; gli abusivi che è più facile scappare quando arriva la polizia. Così le rampe, brutte ma comode, resteranno in servizio fino al 10 marzo: più di quattro mesi. Decisamente troppo per sopportare quelle brutture. Una città normale, dotata di governanti assennati, le autorizzerebbe solo per il giorno della gara, non un’ora di più. Poi darebbe risposta alle esigenze di quelle persone, disabili in testa, alle quali le rampe fanno comodo. Esistono soluzioni meno fastidiose, e dall’identico effetto, anche nella stessa Venezia. Non serve andare lontano: basta vedere il ponte delle Guglie, o guardare sul ponte della Paglia quelle rampette scure in gomma dura, praticamente invisibili, messe tra un gradino e l’altro. Fanno lo stesso lavoro delle grandi rampe ma senza dare nell’occhio.

di Roberto Bianchin (r.bianchin@repubblica.it)

da La Nuova Venezia del 03-11-2013

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