Locatelli, il cinema e l’orgoglio: la sedia a rotelle non e’ un limite

Il regista in gara a Roma: niente pietismo, voglio rapporti paritari.

ROMA. Mirko Locatelli ha avuto un incidente in moto a 17 anni, da allora è tetraplegico. Se si deve parlare della sua malattia bisogna «sintonizzarsi» con lui, col suo punto di vista, e non azzardarsi a compiangerlo. Oggi ha 39 anni, fa il regista di cinema. Il suo primo film (Il primo giorno d’inverno, 2008) andò nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia, il secondo sarà in gara al Festival del Cinema di Roma. Si intitola I corpi estranei , l’ha anche scritto, con sua moglie Giuditta Tarantelli. C’è Filippo Timi padre di un bambino malato di tumore di un anno e mezzo e pochi altri attori non professionisti, arabi perlopiù. C’è un ragazzo tunisino che va anche lui tutti i giorni in ospedale a Milano, a trovare un amico. «La malattia è l’occasione per un incontro tra due anime sole e impaurite, due corpi estranei alle prese con il dolore», dice Mirko. Il suo primo nemico è il pietismo degli altri: «Dirigere un film su una sedia a rotelle non mi pone in una condizione di svantaggio rispetto ai miei colleghi». Perché non si sente in svantaggio? «Sul set i registi restano seduti, e seguono le inquadrature dal monitor. E poi ad eccezione di Timi ho lavorato un anno con loro. Il film è girato sul piano sequenza, sulla sedia a rotelle vivi tutta la vita a quell’altezza lì, il punto di vista è di un metro e quaranta, simile al piano sequenza che si gira al cinema dove però il movimento è fluido». Pensa che un film sul dolore lei lo possa raccontare con più profondità? «Se so cos’è il dolore, è perché dedico questo film a mio padre, che non c’è più, non per la mia condizione fisica. Come faccio a ricordare il dolore di stare sulla sedia a rotelle, se ci sto da oltre vent’anni? La storia mi è venuta in mente da un articolo che il vostro giornale dedicò ai genitori di bambini malati di cancro. Ho spostato l’attenzione dal bambino a qualcos’altro, a quello che c’è intorno alla malattia. Un percorso quasi documentaristico, abbiamo pensato ai fratelli Dardenne». Il personaggio di Filippo Timi è irsuto, razzista, dice che gli arabi puzzano, bestemmia. Qui e là quando recita, nel suo dialetto umbro, ha la balbuzie che ha nella vita ma non quando è in scena. «Le bestemmie sono sacre in questo film, sono preghiere, lui non bestemmia perché odia Dio ma perché sta chiedendo aiuto e lo sa fare solo in quel modo lì. È una specie di soldato in trincea, abbandonato in territorio ostile. In ospedale con suo figlio è solo e impaurito, un uomo che non è in grado di cercare alleati. Il linguaggio è importante, significa il capire e il non capire, dunque il capirsi e non capirsi. Filippo usa un dialetto sporcato, contaminato. Ha la balbuzie perché l’ho messo nella condizione di dover subire le scene ma senza mortificarlo mai». La parola corpo nel titolo, in questo contesto, ha un sapore forte. «È vero. È la paura del corpo immobile; è la mia condizione fisica, ed è la condizione del ragazzo tunisino che si fa metafora di tutti i corpi dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Ho lottato per realizzare un film privo di morale, non sopporto i film a tesi». È stato difficile realizzarlo? «È costato poco, 300 mila euro, l’ho coprodotto con la nostra società, si chiama Strani Film, perché è un cinema personale, che non si fa in Italia. Vorremo produrre autori emergenti». Non ci sono figure femminili né medici. «La moglie si sente solo al telefono, per sottolineare il distacco che il marito subisce a causa della malattia. I medici danno informazioni nei corridoi, non sono vicini col cuore. Spesso è così». La malattia può rendere migliori o può incattivire… «Invecchiando divento più buono. A vent’anni non sopportavo lo sguardo pietistico, quando ti parlano come se fossi un bambino. E reagivo. A differenza del protagonista del mio film , con un bisticcio di parole dico che la mia capacità di chiedere aiuto mi ha aiutato. Voglio rapporti paritari, sono in grado di amare, di consolare, di dare e di ricevere». Lei vuole forse dire a chi sta nelle sue stesse condizioni che chiunque può girare un film? «Non lo direi mai, io dico che ce l’ho fatta e il mio orgoglio è di essere in concorso al Festival, siamo in diciotto e hanno selezionato 1.500 film. Mica tutti hanno le stesse capacità». Da Venezia a Roma, due film e due festival.. «Venezia fu un’esperienza frastornante, non ero preparato. Cercherò di essere un po’ più zen».

di Valerio Cappelli

da Il Corriere della Sera del 07-11-2013

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