La paura di scoprirsi dei “Corpi estranei”

Festival di Roma Il primo titolo dei tre italiani in gara, star Filippo Timi. Un esempio che conferma la vitalità del nostro cinema grazie ai suoi autori più indipendenti.
In concorso il nuovo film di Mirko Locatelli, con Filippo Timi. Il racconto di un maschile fragile nella figura di un padre alle prese col figlio malato.

ROMA. «Dirigere un film da una sedia a rotelle non mi pone in una condizione di svantaggio rispetto ai miei colleghi. La scena solitamente viene diretta da un monitor, nel mio caso tendo a dirigere gli attori da vicino, e a spostarmi al monitor in un secondo momento, quando sento di poterli lasciare soli. Forse, riflettendoci, riesco a intravedere un vantaggio. Nella vita di tutti i giorni, se ho voglia di una tazza di tè devo chiedere a qualcuno di riempire il bollitore, di prendere una tazza, e così via, perché non posso farlo in autonomia. Tutto ciò mi ricorda molto il lavoro di preparazione con gli attori: il regista deve chiedere, e saper comunicare, ciò che desidera vedere».
Nelle note di regia che accompagnano i materiali stampa del suo nuovo film, Mirko Locatelli racconta così il suo essere regista su una sedia a rotelle – è tetraplegico da vent’anni. Una condizione però che non ha fermato il desiderio profondo e chiaro di fare cinema – «Non mi sono mai domandato come avrei fatto a diventare regista con i miei limiti fisici. Il centro della questione è sempre stato, piuttosto, se avessi o meno le capacità per essere riconosciuto come tale» aggiunge poco dopo.
I corpi estranei, il suo nuovo film, il primo dei tre italiani in gara al festival di Roma, parla della malattia spostando l’accento su cosa significa il confronto con questa dimensione per chi sta accanto al malato, per i cosiddetti «sani». Le lunghe attese di una parola dai medici, la speranza che può diventare preghiera, fede, voti, amuleti. Ma anche la rabbia di una bestemmia che il sentimento di impotenza scatena e asseconda. Si vorrebbe tutto senza potere nulla.
C’è un padre, Filippo Timi – che modulando una fisicità un po’ rozza sostiene il film per intero – un uomo «normale» alle prese col suo piccolino malato di cancro. Lo devono operare, non sanno assicurare nulla, a casa è rimasta la moglie, una voce al telefono, con gli altri figli. Lui l’ha presa come una missione, non vuole farla preoccupare. Coi figli scherza, parla dei compiti di inglese e delle partite di pallone. Con la moglie minimizza, si lamenta dei troppi arabi, che «fanno schifo», poi però piange con l’amico, e la notte per tirare su un po’ di soldi va a scaricare ai mercati generali insieme agli «stranieri». È razzista Antonio – questo il nome del personaggio – come tanti italiani. Diffidente, sospettoso, non si fa avvicinare da nessuno. Non dice una parola, non cerca un po’ di confidenza o quella comunicazione che nasce, a volte, nel condividere la stessa, impossibile attesa.
Poi c’è quel ragazzino arabo, che gli fa domande, gli chiede del figlio, si offre di aiutarlo con la macchina guasta e con altro. È lì perché assiste un amico malato, che adesso sembra essersi stancato di vivere.
Ma mano che il rituale del quotidiano va avanti, scandito dalla ripetizione degli stessi gesti, la malattia del bimbo appare sempre più come un «pretesto» narrativo, il punto di partenza per condurci a qualcos’altro. Pure se ci troviamo in un ospedale, con le pareti spudoratamente colorate di pupazzi, e lo skyline della Milano dei grattacieli.
Non siamo dalle parti di La guerra è dichiarata, lo struggente film di Valérie Donzelli, mamma che narra alla prima persona «romanesque» l’essere accanto al figlioletto malato. Qui anzi le donne, le compagne di questi uomini che si incrociano a mensa non le vediamo mai. Il femminile è assente, se non per le infermiere, o per le signore arabe velate della stanza accanto ad Antonio.
Locatelli, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Giuditta Tarantelli, ha detto nella conferrenza stampa dopo la proiezione, che il loro non è un film sul dolore – «rischiava di diventare patetico» – ma sulla fragilità. Lo stato del personaggio di Antonio, distrutto nel cuore a dispetto del corpo spaccone, diviene così la punta estrema di una fragilità più generale, quella di un maschile contemporaneo goffo, e inadeguato nell’essere al mondo.
Se ci pensiamo può sembrare assurdo che una mamma sia lontana dal figlioletto così piccolino malato. Ma non è un film realista questo se non appunto nella costruzione di un universo narrativo di uomini, che appaiono qui ancora più «fuori luogo» perché rappresentati nel rapporto diretto, intimo, di cura dei figli, che nell’immaginario non gli appartiene.
Nel film precedente, Il primo giorno di inverno (era stato presentato nella sezione Orizzonti di Venezia), Locatelli e Tarantelli avevano narrato la storia di un ragazzo con la fatica dell’adolescenza, uno stato di confine, sul limite, reso più acuto dalla scoperta di una sessualità anch’essa confusa.
In questo film il personaggio maschile è un uomo adulto. Eppure il sentimento di disagio è lo stesso: è sempre un essere sospesi su un bordo, tra certezze che diventano pregiudizi, e il bisogno disperato, e molto indistinto, di qualcos’altro. Forse un istante di debolezza, un gesto di conforto, la saggezza che è riuscire a mostrarsi fragili. Appunto.
Il rapporto padre/figlio (Locatelli dedica il film a suo padre), che può essere qui solo di bisogni primari (il bambino è neonato, mangia, piange, soffre, ha la febbre, il padre lo scruta e lo accarezza) si sposta nel riflesso che mette davanti a Antonio il ragazzo tunisino ( «l’amico tuo è marocchino. Beh è la stessa cosa no?» chiosa terribile Antonio), Jaber (Jaouher Brahim, alla sua prima prova, bello e intenso).
Il quale prova a rompere il muro dell’ostilità preconcetta, moltiplicato dal razzismo. Chiede a Antonio del piccolo, cerca un contatto, gli promette che pregherà per lui. E un giorno entra nella stanza di nascosto per mettere al bimbo un olio magico – funziona però, in effetti migliorerà. Ma Antonio non sa guardarlo, non riesce a accettare niente dagli altri.
Locatelli costruisce questo rispecchiamento in una geometria fredda, che disegna un continuo pedinamento senza concessioni sentimentali. L’equilibrio è delicato, visto il contesto, lui lo tiene perché sposta il suo sguardo, scava dentro a quel maschile che è riflesso di un tempo, il nostro, solcato dalla necessità di affermazione e dalla solitudine che ha dimenticato la reciprocità. E insieme ci parla di una condizione personale, di una ricerca del nostro stare nel mondo che ci riguarda tutti.
É quasi una sfida quella tra l’uomo e il ragazzo, ma non per vincere. Al contrario. Il ragazzo gli passa una lezione, che è l’importanza della reciprocità. E la sua lacrima, è il gesto liberatorio del film, in fondo il suo vero «lieto fine». Sì è lui quello «forte», il provocatore, che sa mettere in discussione i modelli di comportamento del Padre, e dell’uomo riuscendo a coglierne la segreta «fragilità». Qualcosa di prezioso, e di fortissimo.

di Cristina Piccino

da Il Manifesto del 13-11-2013

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