Il concerto e il posto impossibile per chi e’ diversamente abile

Gentile signora, ho ventuno anni e le scrivo da Bergamo. Martedì sera, dodici novembre scorso, per spezzare la stanca monotonia di un periferico quartiere bergamasco, io e mia sorella Federica abbiamo deciso di recarci a Milano, precisamente alla discoteca Alcatraz per assistere al concerto del rapper Fabri Fibra. Purtroppo a causa di una tetraparesi spastica sono costretto a vivere su una sedia a rotelle, quindi Federica ha contattato via mail, con largo anticipo rispetto alla data scelta, la società organizzatrice dell’ evento per prenotare i biglietti e accertarsi che sul posto vi fosse una postazione dedicata per diversamente abili da cui io potessi assistere agevolmente allo spettacolo. Rassicurati sul fatto che tutto fosse stato organizzato in maniera encomiabile, io e mia sorella entriamo all’Alcatraz molto elettrizzati per la serata che di lì a poco avremmo vissuto. Tuttavia non appena vengo posizionato con la mia carrozzella in quella che avrebbe dovuto essere la postazione per diversamente abili, mi è parso purtroppo evidente che non avrei potuto vedere nemmeno in minima parte il cantante Fabri Fibra, a causa del nutrito numero di persone in piedi davanti a me, ma mi sarei dovuto accontentare di sentire le canzoni dagli amplificatori posizionati a pochi centimetri di distanza da me. Nulla di grave, è vero, perché mi sono divertito comunque, ma non sarebbe stato il caso che oltre al «rap futuristico» l’altra sera fosse stata installata una postazione «futuristica» per permettere a tutti, senza alcuna distinzione, di assistere ad un concerto come si deve? Alessandro Brena Una piccola cosa, una cosa da nulla, che arreca giusto un certo fastidio se, durante un concerto, gli spettatori che si hanno davanti si alzano in piedi. Basta fare altrettanto, chi si stanca mai?, siamo giovani e sani, e poi la musica sollecita i piedi, li costringe quasi a muoversi, a seguire il ritmo, tanto che può risultare arduo rimanere seduti. Tutto vero, se le gambe funzionano. Perché altrimenti si ha un muro davanti che isola e mortifica, aggiungendo alla delusione di non poter vedere l’artista sul palco la sensazione di essere spettatori di seconda classe, dei quali si suppone che debbano accontentarsi e magari anche ringraziare per aver avuto il permesso di presenziare. C’è chi sostiene che la civiltà di un Paese si misura dalle condizioni in cui si trovano i bagni pubblici; ancora meglio e più dolorosamente la si può però misurare dal modo in cui vengono trattati coloro che chiamiamo diversamente abili, laddove troppo spesso alla definizione supremamente rispettosa non corrisponde uguale rispetto nei fatti.

ibossi@corriere.it

da Il Corriere della Sera del 16-11-2013

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