Il calvario dei disabili sul metrò: “E’ impossibile usarlo a Milano”

Una giornata con Anna, 26 anni e una laurea in marketing, e la sua sedia a rotelle fra salite, gradini e ascensori sporchi delle linee cittadine. “Ora capite perché è impossibile incrociare qui una persona in carrozzina?”

Anna ha 26 anni e una laurea in marketing. Parla quattro lingue oltre all’italiano. Vive da sola e da sola fa la spesa. Ogni settimana gioca a hockey. «Mi piace bastare a me stessa, farcela senza chiedere nulla a nessuno», dice sorridendo. Eppure, senza qualcuno che spinga la sedia a rotelle su cui è costretta, Anna non è in grado di prendere la metropolitana. Non è colpa sua: è colpa della metropolitana. «Facci caso — dice mentre guida una Fiat Idea con acceleratore al volante e freno azionabile a mano — A Milano quante persone in carrozzina hai visto in metrò in vita tua? Poche. Forse nessuno. Chiediti il perché». Il viaggio di una persona disabile sui mezzi pubblici comincia con una telefonata al servizio clienti Atm. Nel menù di scelta rapida, non si fa riferimento al servizio disabili.

Anna sa muoversi fra le varie opzioni. Dopo tre minuti di attesa, riesce a comunicare il tragitto che intende fare: Ponale, Zara, Centrale, Cadorna, Duomo e ritorno. L’operatore la mette in attesa e le risponde cinque minuti dopo (in totale fanno otto): «Scusi, ma ho dovuto chiamare la direzione di ciascuna delle linee di metropolitana. Non c’è coordinamento». E aggiunge: «Ascensori e montascale funzionano, quindi non ci sono problemi». Anna sorride: «Come sa ogni persona disabile, ascensori e montascale sono solo parte del problema». La linea meglio attrezzata è la 5, la più moderna. Anna abita vicino stazione di Ponale, alla Bicocca. Peccato che non ci siano posti auto riservati ai disabili nell’arco di 300 metri dall’ascensore. Quando Anna, dopo alcuni minuti di ricerca, riesce a posteggiare sulle strisce blu, realizza di essere a 200 metri di distanza. Non ci sono rampe per salire sul marciapiedi, deve muoversi in carreggiata, in contromano rispetto alle auto. «Ecco perché giro in macchina», taglia corto Anna, con il cappuccio calcato in testa per ripararsi dalla pioggia.

L’ascensore che dalla strada conduce ai tornelli è lindo. La linea 5 rispetta gli standard europei per l’accessibilità: niente gradini. E rampe di inclinazione entro i 5 gradi, che consentono il transito anche a sedie a rotelle elettriche. Nemmeno entrare nel vagone è un problema: fra la banchina e il treno non c’è dislivello. A bordo, Anna raggiunge il posto riservato e scende a Zara. Da ora in poi, di facile non ci sarà più nulla. Passando dalla linea lilla alla gialla, la situazione si complica: rampe ripide, un gradino per salire sul treno, pali mal posizionati nel vagone che rendono disagevole salire e scendere. «Senza qualcuno che mi spinge, muovermi sarebbe impossibile», dice Anna. Arrivati alla fermata Centrale, per passare dalla linea 3 alla 2 occorre prendere l’ascensore. Il movimento della cabina è lento, l’odore insopportabile. «Viene usata come orinatoio», dice l’addetto di banchina.

Dai corridoi della linea 2, per raggiungere la stazione ferroviaria si fa un lungo giro nei corridoi della linea 3. Il montascale è lento e nel tratto all’aperto non ha pensilina: per metà del tragitto, chi siede in sedia a rotelle è esposto alla pioggia. La linea 2 è la peggiore. Il gradino all’ingresso della metropolitana è alto al punto che per una carrozzina elettrica salire è impossibile. Accedere al vagone è difficile anche nel caso in cui si venga spinti: occorre impennare, con rischi notevoli. A Cadorna l’ascensore è bello: una scatola di vetro e acciaio, da rivista di architettura. Peccato che all’interno il puzzo di urina sia pungente e che per raggiungerla si debba percorrere una rampa lunga e ripida.

Anna non è il tipo di persona che si perde d’animo facilmente. Quelli che per molti suoi coetanei sono problemi insormontabili, per lei sono sfide innanzi a cui si sente forte.  Da qualche mese ha finito uno stage, ora è in cerca di un lavoro degno della sua specializzazione. «Lo troverò», dice serena. A percorrere da sola una rampa ripida di 20 metri, invece, non ce la può fare. Non è colpa sua: è colpa della rampa, di chi la ha progettata e di chi non la ha sostituita. «Oggi, senza qualcuno che mi spingeva, in almeno dieci occasioni avrei dovuto chiedere aiuto ai passanti. E non è accettabile». Per questo, nessuno di coloro che si muovono su una sedia a rotelle a Milano utilizza con frequenza i mezzi pubblici. Le eccezioni, se ci sono, sono appunto eccezioni. «Chi non è in grado di guidare, si affida ai servizi di bus a pagamento, costosi per la persona disabile e per la comunità», dice Anna.

Alla stazione Duomo l’ascensore è sormontato da un cartello “fuori servizio”. In realtà funziona. «Il cartello è valido solo quando è illuminato», spiega un’assistente Atm. Da Duomo, Anna percorre a ritroso il percorso fatto all’andata, di metrò in metrò, sempre spinta da un accompagnatore. Raggiunta

la sua auto, torna a sorridere. Dopo quasi tre ore di apnea, in cui si è sentita smarrita, rientra nel suo mondo accessibile. «Ora passo da casa, mi cambio, vado a fare la spesa e cucino qualcosa», dice. Giunti sotto casa, al momento di salutarsi, Anna può finalmente dare la sua risposta preferita. Alle maldestre offerte di aiuto da parte di chi la ha accompagnata per ore in metrò, ribatte alla sua maniera: «No grazie, riesco a fare da sola».

di FRANCO VANNI

da La Repubblica Milano del 17/11/2013

 

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