Sulla sedia a rotelle per una mattina alla scoperta della citta’ ad ostacoli

PESCARA. Basta un secondo perché la vita cambi: un secondo, il tempo di sedersi su una sedia a rotelle. Dalla carrozzina muta la percezione del mondo. E anche i gesti elementari, che prima si compivano senza neppure pensarci, diventano all’improvviso imprese titaniche. Strade e marciapiedi attraversati un miliardo di volte si trasformano in accidentati percorsi a ostacoli, talvolta insormontabili. Per una mattina ci siamo seduti sulla carrozzina, per sperimentare sulla nostra pelle quanto è complicato spostarsi in città quando non si cammina sulle proprie gambe. Solo così – ci avevano detto i rappresentanti dell’associazione Carrozzine Determinate – potrete toccare con mano le mille insidie che un invalido deve affrontare ogni giorno: dagli scivoli ostruiti dalle auto ai parcheggi per disabili occupati dagli «abili», dai marciapiedi invasi da tavolini e motorini ai pedoni distratti che ti urtano mentre digitano furiosamente sms sul cellulare. La rabbia e l’impotenza diventano anche le tue, quando sei tu a vivere questi soprusi in prima persona. Noi, disabili per una mattina, ci abbiamo provato. Il primo «muro» da abbattere è psicologico: è l’imbarazzo, il pudore di sedersi sulla carrozzina e di fingersi quello che non si è. Ma basta appunto un secondo per capire che i «muri» sono ben altri, e concreti, tangibili; muri veri. È un «muro» il gradino del marciapiede sprovvisto di scivolo lungo la strada parco, impossibile da scalare stando seduti, aggrappati a quelle due ruote. E infatti rischiamo più volte di cadere. Le rotelle anteriori si incastrano e la sedia si inclina pericolosamente. Panico. Era già successo in passato a due assessori regionali che avevano accettato l’invito di Carrozzine Determinate ad «accomodarsi» per alcune ore sulla sedia a rotelle. Angelo Di Paolo nel 2011 era finito gambe all’aria mentre cercava di entrare in una banca. Nel maggio scorso è capitato a Giandonato Morra, ribaltatosi mentre si arrampicava su uno scivolo ripido. «La foto dell’assessore che si rovescia è stata più eloquente di cento proteste – ricorda Claudio Ferrante, responsabile di Carrozzine Determinate -. Lo scivolo su cui Morra è caduto si trova sulla strada parco: l’immagine dell’assessore a terra è la testimonianza palese della pericolosità e inaccessibilità del tracciato della filovia per le persone con disabilità. Il percorso è stato realizzato senza rispettare la normativa nazionale ed europea in materia. Nel tratto di strada parco che attraversa Montesilvano addirittura ci sono pali della luce nel bel mezzo del marciapiede e scivoli con pendenze superiori alle norme». Per i due assessori cappottatisi con la carrozzina, quella era la prima esperienza di passeggiata sulla sedia a rotelle. Ma anche chi convive da tempo con l’invalidità incontra quotidianamente difficoltà nel girare in città senza accompagnatore. «Noi disabili – spiega Ferrante – rischiamo continuamente di cadere a terra perché l’ambiente è pieno di trappole». Spesso così bisogna ricorrere agli altri. Anche prendere un autobus può diventare un terno al lotto. L’ottanta per cento dei mezzi pubblici urbani è dotato di pedane per i disabili, ma capita non di rado che non funzionino o che un’auto parcheggiata a ridosso della fermata impedisca il suo utilizzo. Già, le macchine. Spesso sono lasciate sugli scivoli, magari con le frecce accese, come quella che ci impedisce di salire sul marciapiede con la nostra carrozzina. Ci tocca tornare indietro e spingerci per parecchi metri sulla strada finché non troviamo un varco in cui infilarci tra le auto parcheggiate, una incollata all’altra. Di scivoli in giro non se ne vedono, ma almeno il gradino del marciapiede è abbordabile. Guai ad abbassare la guardia. L’asfalto un po’ ovunque è lastricato di sorprese, tra buche di varia grandezza e «bernoccoli» prodotti dalle radici degli alberi. Un vero attentato all’equilibrio anche per chi va a piedi. Gli stessi scivoli a volte nascondono una trappola: un dente finale che rischia di farti cadere ruzzoloni. Stare con gli occhi bene aperti e lo sguardo puntato sulla strada però non basta. In via Paolini infatti finiamo dritti contro un tronco: il marciapiede che porta dal vecchio al nuovo ospedale non solo è una fettuccia ma è pure completamente occupato dagli alberi. Con la sedia a rotelle non si passa. Dalla strada ai palazzi la musica spesso non cambia. Lungo via del Porto servirebbero ramponi e picozze per dare la scalata ai gradini (più giusto chiamarli gradoni) con i quali si accede ai portoni dei palazzi. C’è da chiedersi come faccia, non solo un disabile in carrozzina, ma anche una persona con difficoltà nella deambulazione ad affrontare quella rampa da brivido. In molti palazzi gli scivoli non ci sono o, quando ci sono, non sempre sono a norma. Nella sede della Asl in via Pesaro, l’ufficio patenti speciali, la commissione medica locale e il consultorio familiare si raggiungono solo dopo aver salito ben ventisei scalini. C’è un montascale, è vero, ma è quasi sempre rotto. Le mamme dirette al consultorio con il figlio al seguito prendono in braccio il pupo e si trascinano dietro alla bell’e meglio il passeggino. Gli invalidi invece restano in paziente attesa: sono i medici a scendere nell’androne. Questa ormai è la prassi. Poi c’è il capitolo ascensori: in alcuni edifici sono troppo stretti per accogliere la carrozzina; in altri sono larghi a sufficienza ma un disabile sulla sedia a rotelle non riesce a entrare se non c’è qualcuno a tenergli aperta la porta. «Abbattere le barriere è un dovere costituzionale, costruirle è una violazione dei diritti umani», dichiara Claudio Ferrante. Lui e la sua associazione hanno provato a farlo capire ai politici, «prestando» loro le proprie carrozzine. Ma poco è cambiato. Ora l’esperimento sarà ripetuto, questa volta però con i ragazzi delle scuole medie, la classe dirigente di domani. Saranno invitati a una «passeggiata empatica», con la speranza che capiscano cosa significa vivere in un ambiente sfavorevole. E che, crescendo, diventino «sentinelle della civiltà».

di Paola De Angelis (p.deangelis@iltempo.it)

da Il Tempo del 15-12-2013

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