Parrella “L’arte d’imparare” assieme a un figlio

La storia di una madre e di un ragazzo disabile, in una città sempre difficile.

NAPOLI. “Tempo di imparare” di Valeria Parrella, appena uscito per Einaudi, è un libro necessario. Come necessario è crescere, cambiare, guardare avanti. Una madre, la diagnosi che indica la disabilità di suo figlio, il mondo intorno. Pagina dopo pagina, il dolore individuale si trasforma in senso collettivo. Siamo qualche spazio dopo Lo spazio bianco, la storia di una nascita prematura che conquistò lettori, critici, premi e, nella versione cinematografica di Francesca Comencini, anche il Festival del cinema di Venezia. Queste madri sembrano sospese sul filo dell’autobiografia. Quando ha deciso «io tutto questo lo racconto»? «Io ho deciso “tutto questo lo racconto” a sei anni, cioè nel 1980, dopo il terremoto. Da allora, poiché ero una buona lettrice e mi divertivo a inventare titoli di libri che non avrei mai scritto o poesie alternative a quelle che mi venivano assegnate, ho deciso che avrei fatto la scrittrice. Una scrittrice racconta tutto questo”. L’autobiografismo è vario ed eventuale. In ogni mio scritto, compreso il racconto be-have, pubblicato in allegato al vostro giornale nella serie dei Corti, in cui sono, in prima persona, un pescatore di Liverpool sessantenne. Figli, parenti, amici e affini invece no: non c’entrano niente. Quel poco di aderenza al reale che si vuol trovare nelle mie narrazioni, se c’è e vale letterariamente qualcosa, vale solo per me stessa». Gratitudine. È quello che si prova ad ogni pagina. Per averci fatto entrare nelle giornate incredule di questa madre, nel lavorio incessante della mente di una donna che non ha ricevuto sconti e non ne fa a se stessa. Dal suo libro s’impara: è tempo d’imparare appunto… «Ah, sono contenta se dal mio libro si impara qualcosa: non è mai il mio obiettivo quando scrivo. Il titolo allude all’apprendimento della protagonista che va di pari passo con quello di suo figlio Arturo. Lei scopre che se non indossa lei stessa lo zainetto per tornare a scuola si resta immobili e muti». Settantotto giorni d’attesa per una visita medica: lei racconta anche altre disfunzioni, quelle molto gravi di un sistema che collassa di fronte alla domanda di una madre. «Sì: il sistema, si può dire, genera l’handicap. In questo libro io uso la parola disabilità” perché ha un precedente letterario imprescindibile in Giuseppe Pontiggia di Nati due volte”, e la parola inglese handicap che è il gap il salto che la società, la politica, le strutture che circondano una persona disabile non riescono a colmare. Una volta a Copenaghen, alla fermata di una metro (sette linee di metro, non due) c’era un signore su sedia a rotelle. Quando il treno si è fermato dal vagone si è aperta una passerella e la capotreno è scesa, ha controllato che il passeggero salisse agevolmente, ha chiuso le porte e sono ripartiti. Ci hanno messo meno di un minuto. Lì c’era una disabilità, ma non un handicap». La parola compie il «miracolo»: l’oscuro e imponderabile diventa nitore a beneficio di tutti. Si può dire che «Tempo d’imparare» offra un metodo che è anche un antidoto. Qual è questo metodo-Parrella? «Io lavoro da dieci anni unicamente sulla lingua. Io amo l’italiano. So che non è una lingua ricchissima, se paragonata al greco antico, oppure al tedesco, ma a me piace da morire: eppure sento che, entro i suoi confini, vada ancora stiracchiata di qua e di là, per vedere fino a dove può spingersi e dove riesce a dire il non-detto. È anche l’esperienza della coscienza questa, no? Poi come si combinino le due cose non lo dico mica: a un cuoco andrebbe a chiedere la sua ricetta?». L’etica della perseveranza e dell’azione per contrastare gli ostacoli. Tanti. Il suo libro è anche l’esempio di una militanza speciale, quella nella quotidianità. Come s’impara ad imparare? «Perché lei non lo fa? I suoi colleghi? I suoi vicini di casa? I miei sì, e quasi tutte le persone che conosco, che incontro, i napoletani ancora di più, perché questa è una città che necessita la militanza dei suoi cittadini. Quello sdegno che ci confessiamo l’un l’altro quando le cose non vanno, la signora che si fa i chilometri per raggiungere la campana del vetro, la pazienza ad aspettare la metro che non passa, la ribellione agli episodi di tracotanza paracamorristica a opera di semplici cittadini, la speranza delle sale d’aspetto dei nostri lenti ospedali, la formidabile capacità delle nostre scuole di primo grado di integrare i bambini delle comunità migranti… sono tutte cose che vedo e che abbiamo imparato benissimo». «Io mi preparo. La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda. Fucile e quaderno a quadretti grandi, marca da bollo e penna con impugnatura facilitata, vestito buono e cuore cattivo. Mi preparo – ma accettare quello ancora non ci riesco». La madre senza nome confessa che in questa cartella manca l’accettazione. «Ma ci arriverà, qualcosa simile all’accettazione, e ci arriverà anche qualcosa di molto meglio: la gioia. Però ci vuole tempo, ci vuole, metaletterariamente, tutto il libro. Il percorso da fare è solo questo. E, da lettrice, a me piacciono molto i sentimenti negativi. Quelli che fanno paura. Ho l’impressione che la letteratura italiana degli ultimi dieci anni li eviti, o li accenni appena per assolverli. Invece fanno parte dell’essere umano e della vita, che poi sono gli unici argomenti di cui dovrebbe occuparsi la letteratura». Il lettore segue e vede questa madre. Come nella scuola di fronte al mare, vicino al pontile. Qualche volta si ha la sensazione che abbia una webcam sul cappotto. «Lo Spazio bianco» è diventato un film molto bello, «Tempo d’imparare» potrebbe esserlo ancora di più. Lo so che è presto. Ma che ne pensa? «Non metto limiti alla provvidenza». C’è una certa ponderosa levità nella parte finale. Soprattutto nelle pagine dedicate alla compagnia dei Boh, tra bicchierate e panorami. Chi sono? «I Boh, come tutti i personaggi di questo, libro non esistono. Mi servivano come snodo narrativo per far fare un cambiamento di prospettiva alla protagonista: sono la comunità che accoglie e salva, realtà così vera nelle nostre terre del Sud. Però sono liberamente ispirati a una bella associazione che si occupa di inserimento al lavoro dei ragazzi diversamente abili e di cui faccio parte: http://www.gruppomah.it». Il simbolo dell’handicap diventa un uomo seduto su una falce di luna e l’autismo una grande intimità col mare: lei dice che «la disabilità è una possibilità della vita e quando acquistiamo consapevolezza, dopo poco, impariamo a sentirla in maniera naturale, istintiva. Ma l’incapacità di mettersi davanti il problema, questa cosa qui genera l’handicap e rende gli uomini miseri». Per mettersi di fronte al problema ci vuole coraggio. È tempo di imparare soprattutto il coraggio? «Non lo so. So che finché non ti metti davanti una cosa, questa fa una paura enorme. Quando cominci a guardarla, cominci anche a sistemarla, se non proprio a risolverla. Cioè: non ci vuole poi così tanto coraggio ad avere coraggio. Coraggio!». Valeria Parrella compie quarant’anni il 20 gennaio. Per lei festa alla Feltrinelli di piazza dei Martiri (Napoli), alle 18, con un reading dal libro su musiche di Dolores Melodia (al secolo la regista Antonella Monetti). Ci vediamo là.

di Natashia Festa

da Corriere del Mezzogiorno del 09-01-2014

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