Tutti pazzi per il calcio: in campo corre anche chi non vede o non sente. O chi ha una sola gamba

Molto diffusa la specialità del calcio a 5 per ciechi e ipovedenti, mentre per i sordi il calcio è addirittura l’attività sportiva più praticata. Tra disabili intellettivi e relazionali, non mancano atleti di prima classe: le Paralimpiadi sono però ancora un sogno

ROMA. Se il calcio amputati, che si gioca sette contro sette, non fa (ancora) parte ufficialmente delle discipline riconosciute dal Comitato paralimpico, il calcio a 5 per ciechi e ipovedenti è invece una specialità molto diffusa: in categoria B1 giocano i ciechi assoluti, in categoria B2/3 i ciechi parziali e gli ipovedenti. La prima è inserita nel programma delle Paralimpiadi: il Brasile, battendo 2-0 la Francia, ha vinto l’oro a Londra 2012. Si gioca in un campo di calcetto delimitato da sponde che impediscono al pallone di uscire: i giocatori sono guidati dalla voce dei portieri (l’unico vedente fra i cinque della squadra), dalla voce della guida sistemata dietro la porta avversaria e dal suono del pallone (ci sono delle piccole sfere con campanelli). Il pubblico che assiste è invitato, ovviamente, al più assoluto silenzio. Organizzato dalla Fispic (Federazione degli sport paralimpici per ipovedenti e ciechi), il campionato italiano B1 conta 119 tesserati in sei formazioni (a Lecce lo scudetto 2012/13), mentre la categoria B2/3 ha quattro squadre (Pesaro è campione d’Italia) e 66 tesserati. La nazionale italiana è reduce da un onorevole sesto posto ai recenti campionati europei andati in scena a giugno a Loano, vicino Savona; l’oro alla Spagna.

Per i sordi il calcio rappresenta la principale attività sportiva praticata. A livello agonistico c’è il campionato di calcio a 5, quello riservato agli over 40 e il torneo di calcio a 11, con regole esattamente sovrapponibili al calcio che tutti conosciamo. Al termine della finalissima che ai primi di giugno ha assegnato la vittoria del campionato 2012/13 alla società sportiva Silenziosa Milano, era tutto un fiorire di festosi abbracci fra i meneghini, tornati al successo dopo 31 anni di attesa: nei commenti del dopo-partita molti giocatori e allenatori raccontavano in Lingua dei segni le emozioni della gara. Nel calcio a 5 le squadre sono 21, a coprire quasi tutto il Paese. Gestisce il tutto la Federazione sport sordi d’Italia, incardinata nel Cip. Se c’è un problema nel movimento è quello del ricambio generazionale: l’età media cresce e si fatica a trovare nuove leve. Forse anche perché il calcio per sordi non può contare sulla ribalta delle Paralimpiadi ma solo su quella, assai minore, dei Giochi silenziosi, appena disputatisi a Sofia, in Bulgaria.

Neppure il calcio per disabili intellettivi e relazionali è sport da Paralimpiade: un vero peccato, perché gli azzurri sono squadra da medaglia. Nell’ultima edizione (Imperia 2011) dei Global games, la competizione che riunisce il meglio dello sport mondiale, l’Italia si è arresa in finale solo all’Iran, laureandosi vice-campione del mondo. A gareggiare in questo calcio a 5 sono atleti con disagio intellettivo e relazionale, con sindrome di Down o con autismo, tutti suddivisi – grazie a specifici test – sulla base dell’incidenza che le patologie hanno sul gesto sportivo. Il campionato italiano, gestito per il Cip dalla Fisdir (Federazione degli sport per atleti con disabilità intellettiva relazionale), è diviso in tre categorie: élite,agonistica e promozionale. Alle finali di Augusta, in Sicilia, che hanno assegnat i tricolori 2013, hanno partecipato 14 squadre per un totale di 124 atleti. E molti altri, ogni anno, vengono coinvolti nella pratica sportiva.

Un vero e proprio reclutamento è ciò che progettano alla Fispes, la federazione del Cip che si occupa di sport sperimentali: l’obiettivo è quello di avviare l’attività del calcio a 7 cerebrolesi, mettendo in piedi un campionato e portando la nazionale italiana a competere alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Tempi strettissimi, perché la squadra deve essere costituita, per regolamento, almeno 24 mesi prima. Ci saranno meeting di promozione sul territorio (un primo si è svolto a Senigallia) alla ricerca di atleti cerebrolesi (categorie da 5 a 8, quelle in piedi) che amino il calcio e siano idonei alla pratica agonistica. Se rispondete all’identikit, fatevi avanti: le maglie della nazionale sono ancora tutte da assegnare. Se poi, arrivati arrivati fin qui, ancora aspettate di capire come possa praticare il calcio una persona che si muove solo su sedia a ruote, la risposta sta tutta nel powerchair, il calcio in carrozzina. Si gioca anche con gravi disabilità: tre uomini (o donne) in campo per ogni squadra, più il portiere, sul parquet di un comune campo da basket. Tutti a bordo di carrozzine a motore dotate di una paratia di metallo che circonda piedi e gambe e che ha il doppio compito di proteggere l’atleta e di colpire il pallone.

La disciplina, da tempo sviluppata in altre Nazioni, da noi è appena agli inizi: non ancora entrata in ambito Cip, la promuove – con l’aiuto del centro di riabilitazione “Istituto Santo Stefano” di Porto Potenza Picena, vicino Macerata (dove sono state coinvolte già una cinquantina di persone) – un personaggio che di nome fa Diego D’Artagnan e da tempo guida un’azienda specializzata nell’organizzazione di eventi sportivi (Sport-Smile). In appena un anno ha iscritto l’Italia alla federazione internazionale di powerchair, ha fatto nascere la nazionale (di cui è allenatore) e progetta di portarla ai mondiali previsti fra due anni in Brasile. Ma il suo principale obiettivo, come quello di tutti gli altri del mestiere, resta quello di farti sapere che anche tu puoi divertirti. In fondo il calcio è calcio. Il pallone c’è sempre: carrozzina, protesi o stampelle fanno solo da contorno.

di Stefano Careddam

da SuperAbile.it del 13-01-2014

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