Avati ispirato dal mio coraggio

MILANO. «Pupi Avati ha costruito il personaggio di Anna Paola prendendo spunto dalla mia vita. Come me infatti, anche lei ha problemi di salute ma non permette che abbiano il sopravvento. Io convivo da anni con la sclerosi multipla, ma dentro di me c’è anche molto che mi rende più forte». Antonella Ferrari, milanese, classe 1970, è la voce narrante della fiction Un matrimonio di Pupi Avati, dove interpreta il personaggio di Anna Paola, una donna disabile adottata dalla famiglia Dagnini, al centro delle ultime due puntate della fiction in onda stasera e domani su Raiuno. Antonella è affetta dalla sclerosi multipla dal 1993 ed ha dovuto abbandonare la danza classica. Grazie alla sua determinazione, però, ha studiato recitazione con Quelli di Grock e nel frattempo si è laureata in psicologia all’Università, è diventata attrice in tante fiction ( Centovetrine, Carabinieri, L’uomo che sognava con le aquile, L’uomo della carità, La squadra ), è ambasciatrice dell’Aism (Associazione italiana sclerosi multipla) ed ha avuto un enorme successo editoriale con la sua autobiografia Più forte del destino (Mondadori, 2012) giunta alla quinta edizione. Da questo libro ha tratto l’omonimo monologo, la cui tournée ripartirà il 24 gennaio al Cinema Teatro di Cinisello Balsamo, spettacolo il cui ricavo andrà devoluto ad Anffas, per arrivare a maggio al Teatro Litta di Milano.
Antonella, una vita piena la sua, e adesso un ruolo importante per Avati.
«Per battere la sclerosi non devi abbatterti, ma riempirti la vita di cose da fare. Anche se, ovviamente, non è semplice. Ad esempio Pupi Avati ha lottato tanto per avermi nel cast di Un matrimonio : altri non mi volevano perché non ero famosa, perché sovrapporre la disabilità reale a quella della fiction sembrava troppo. Ma Avati mi ha fatto il complimento più grande: «A me piace lei perché è brava». Ecco, io non voglio pietismi, chiedo ai registi di valutarmi per le mie capacità. Sei anni fa scrissi una email ad Avati senza conoscerlo: la sorpresa fu che dopo 10 minuti mi rispose. Ci incontrammo sul set de Gli amici del Bar Margherita: mi chiese se credevo nel matrimonio, da quanti anni erano sposati i miei genitori, intanto osservava le mie pause, gli sguardi…evidentemente stava già pensando a questa fiction. ‘Quando vuole mi faccia un provino’, gli dissi. ‘Ma io gliel’ho fatto già’, mi rispose».
Una scelta coraggiosa, quella del regista, di affidare il ‘fil rouge’ della fiction alla figura di un disabile.
«Anna Paola è un personaggio importantissimo su cui si apre e finisce la storia, ma non è reale come tutti gli altri che si ispirano alla famiglia del regista. È una bambina disabile che viene adottata ‘per amore’. Per questo la scelta di Avati è davvero coraggiosa. ‘Più scrivo il personaggio di Anna Paola, più mi viene in mente lei’, mi diceva Pupi. Costei è la persona che più ha avuto modo di vivere coi genitori per la sua disabilità, vivendo però in assoluta normalità. Così lei diventa una donna indipendente, una psichiatra importante, non si fa fermare dalla malattia. E al pubblico a casa arriva il messaggio che si può essere normali anche con la disabilità».
Sembra un po’ la sua vita…
«Rivedo molto della mia famiglia. Papà ahimé è morto 3 anni fa, con la mamma hanno vissuto insieme 50 anni, si amavano e si amano tuttora. I miei genitori mi hanno portato in sedia a rotelle sempre a testa alta e io ho vissuto la malattia mia e di mio padre con grande speranza. E poi io sono più fortunata di Anna Paola anche in amore: nel 2009 mi sono sposata e sono felice. Purtroppo non è arrivato ancora un bambino, la mia malattia mi ha fatto perdere tanti anni. Ma Dio solo lo sa».
Lei è credente?
«Assolutamente sì, la mia fede nasce da una famiglia cattolica non bigotta. Ho vissuto la fede come un’ancora di salvezza e grazie a lei sono riuscita a superare grandi difficoltà. Ho sempre sentito che qualcuno mi tendeva la mano. Avere la luce della speranza è un dono. Ho conosciuto persone con la malattia che non hanno quella luce e sono tristi. Io penso che se Dio ha voluto un percorso così per la mia vita, un motivo c’è. Anzi, forse è stato meglio così: sono convinta che Dio mi ha dato la forza per reagire a tutto. Il miracolo non è la guarigione, ma sapere accettare».
Ed anche avere la forza di rendere testimonianza della sua vita per dare speranza ad altri?
«Nello spettacolo teatrale racconto al pubblico il mio percorso. Fare la ballerina classica è sempre stato il mio sogno, poi è arrivata la malattia ed ha sconvolto i miei piani, ma non ho abbandonato l’arte. Io volevo comunicare. Si sono ammalate le gambe? Un segno: non dovevo comunicare con le gambe, ma con la recitazione. E l’ho vissuta come una sfida. Credo, nonostante le grandi difficoltà, di essere accettata dagli addetti ai lavori. Racconto anche della mia famiglia che mi ha dato il coraggio di andare avanti. Ma c’è anche tanta ironia sul mondo dello spettacolo e su me stessa. Non è detto che una donna con disabilità sia triste».
La malattia però è pesante.
«Io ho una rubrica su un settimanale e ricevo una marea di lettere che dicono ‘sei la nostra paladina’. Per me è una responsabilità, ma questa missione me l’ha data Lui. La sclerosi multipla è una malattia egocentrica, peggio di un’attrice, e io ho deciso di non darle un ruolo da protagonista. Devi impegnare la giornata, non darle la possibilità di farsi sentire. Noi abbiamo una stanchezza che ti prende dalla mattina, certe volte mi sento morire, ma son talmente impegnata che non ho tempo di mollare. Qualche hanno fa ho avuto un peggioramento, sono finita sulla sedia a rotelle, ma poi mi sono rialzata e i dottori non se lo sono spiegato».
Ancora obiettivi da realizzare?
«Il mio sogno è girare un film con Pupi Avati, non mi sono mai vista sul grande schermo».

di Aangela Calvini

da Avvenire del 19-01-2014

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