“L’impresa” di Alex Zanardi: “Fare quello che piace”

Qualche lacrima scorre sul filo del filmato, si ferma sulla lastra impietosa delle fratture e la standing ovation scatta naturale. «Grazie, mi avete fatto tremare le gambe». Basterebbero queste parole per far capire chi è e che cosa abbia significato, con la sua presenza, Alex Zanardi. Ci sono voluti lui, la sua storia, la sua parlata emiliana, con quella erre che fa simpatia, per dare un senso diverso alla parola «impresa». Che cos’altro è, se non questo, la capacità di rimettersi in piedi, di rimettersi in gara e di rimettersi in vita, dopo quell’incidente del 2001 in cui la macchina si era spezzata in due: una parte di lui era rimasta, l’altra, con le due gambe, se ne era andata per sempre. L’impresa di vivere. In mezz’ora Zanardi ha parlato, nel suo intervento all’incontro della Fondazione Italcementi, dell’impresa di famiglia: il papà Dino e le sue bizzarre teorie idrauliche, Daniela nel suo doppio ruolo di moglie e di manager (»Così ho risparmiato») e Nicolò, 15 anni, l’età in cui i consigli di papà sono come il park assist su una macchina: un optional. Mettersi in gioco, provare, non mollare mai, vincere perché fai quello che ti piace, non sono i comandamenti del management in crisi, ma quelli di un uomo che ha dovuto ricominciare. E che, riguardando le foto del suo ricovero in ospedale, dopo il «terribile crash» si rammarica: «Avrei dovuto andare dal barbiere, avevo dei capelli tremendi». Quando si risveglia dal coma nel quale non ha visto «né tunnel né angeli» non si chiede: «Adesso come farò senza gambe?», ma molto più semplicemente «Adesso come farò a fare tutte quelle cose che volevo fare?». La prima è rimettersi sulle spalle Nicolò. Perfetto per ricordare che anche il più banale dei gesti di ogni giorno, è una fortuna non scontata. Salire in bicicletta, vincere la medaglia alle Olimpiadi è stato quasi incidentale. Zanardi è rimasto pilota nella testa ed è pronto a tornare in pista al volante di una Bmw Z4 GT3, appositamente modificata per lui. In questo non è un esempio virtuoso, ma il suo incidente è stato qualcosa di unico: «Una sfiga tale che non si ripete due volte. Se poi mi rompo di nuovo, basta una chiave a brugola del 4 e torno in piedi».

di Donatella Tiraboschi

da Il Corriere della Sera del 26-01-2014

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