Udito

Un ricevitore di suoni e uno stimolatore del nervo acustico. I centri di eccellenza in Italia.
È l’impianto cocleare, sempre più piccolo ed efficiente, la soluzione per le sordità gravi. . Un orecchio bionico sta per abbattere il muro del silenzio.

Gaia è nata a Forlì nel 2008, tra qualche giorno compirà sei anni e per la prima volta potrà sentire le voci di mamma e papà augurarle buon compleanno. La sua vicenda di bimba non udente grave, iniziata con la nascita, a causa di una rara malattia genetica chiamata connexina 26 variante 35 del G, si è conclusa con successo il 6 dicembre scorso grazie all’impianto cocleare eseguito nel centro audiologico dell’ospedale di Carpi. Una storia molto simile a quella di Sara, 9 anni sorda profonda in conseguenza di una meningite, di Giorgia che a 22 mesi ha subito pure un trapianto di cuore e di migliaia di altri bambini nati con sordità profonda o divenuti non udenti a causa di infezioni, di sofferenze perinatali o fattori ambientali di varia natura.
In Italia 1 nuovo nato su 1.000 (nel Lazio oltre 60 neonati all’anno, nel paese 500 ogni anno) è affetto da sordità grave o profonda e la probabilità che questo accada è cinque volte superiore nei neonati a rischio (basso peso alla nascita, sofferenze fetali, malformazioni, infezioni materne). Per i piccoli, ma anche per gli adulti e gli anziani, la speranza di uscire dal silenzio e dall’isolamento è l’orecchio bionico.
«L’impianto cocleare sostituisce la funzione della coclea, una piccolissima struttura dell’orecchio interno che in condizioni normali invia le onde sonore sotto forma di stimoli elettrici al nervo acustico che le trasmette a specifiche aree corticali del cervello, l’organo che in realtà “sente” ed elabora in precise sensazioni acustiche gli impulsi – dice il dottor Maurizio Negri, dirigente medico di primo livello della UO di ORL dell’ospedale di Carpi – quando la coclea non funziona si impianta chirurgicamente un ricevitore- stimolatore miniaturizzato costituito da una piccola antenna con una serie di coppie di elettrodi collegati ad un’altra antenna posta sotto pelle dietro l’orecchio».
In vent’anni tanti sono stati i progressi in fatto di impianti cocleari. «Dopo aver superato mille difficoltà, paure e remore di ogni tipo, gli impianti cocleari si sono evoluti – racconta il dottor Pasquale Marsella, responsabile del Centro impianti cocleari dell’ospedale Bambino Gesù di Roma – dall’elettrodo monocanale siamo passati agli elettrodi pluricanali, alla miniaturizzazione estrema che ottimizza la resa dell’impianto; gli interventi sono mininvasivi al massimo e i tempi chirurgici ridotti con una ripresa ottimale, i centri sono aumentati, in Italia ve ne sono una decina, almeno 3 o 4 di eccellenza».
Però non mancano le criticità. Gaia, racconta la mamma Stefania, ha avuto un percorso diagnostico non facile: dall’ipoacusia al ritardo del linguaggio fino all’accertamento di una normalità uditiva. Tanti viaggi e speranze disattese, persino lo stato di sordo civile non si è ancora risolto come spetta di diritto alla piccola, poi finalmente il sostegno dell’Associazione affrontiamo la sordità insieme (ASI).
Il fatto è che per arrivare all’impianto cocleare occorre una diagnosi precisa e molto precoce. «Tra gli 8 e i 10 mesi di vita nella fase preverbale, solo così l’efficacia è totale – sottolinea il dottor Marsella – la finestra ideale per procedere è tra i 12 e i 18 mesi, in pratica il sospetto di sordità grave deve avvenire attorno ai quattro-sei mesi di vita, questo permette di applicare una protesi acustica ed osservare per circa 6 mesi insieme al logopedista come evolve il linguaggio per poi intervenire chirurgicamente subito dopo la diagnosi certa».
Un’altra criticità è rappresentata dallo screening uditivo neonatale obbligatorio in molti punti nascita del Nord, un po’ meno diffuso al centro (la regione Lazio proprio in questi giorni lo ha reso obbligatorio) carente al Sud e nelle isole. «Manca l’organizzazione – sottolinea Marsella – le strutture di I livello dovrebbero scremare e inviare ai centri di II e III livello i casi complessi, si eviterebbero le liste d’attesa».
E poi potrebbe essere molto utile accorpare i Centri per ottimizzare il lavoro e accumulare esperienza con team plurispecialistici.

di MARIA PAOLA SALMI

da La Repubblica del 04-02-2014

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