Paralimpiadi, Andrea Macrì e quel goal dal significato speciale

E’ del ventiduenne torinese la rete che apre le danze nella partita vinta contro la Corea: “Sono strafelice”. Con un pensiero al compagno di banco morto sei anni nel crollo del soffitto della scuola che lo ha reso disabile: “Oggi mi reputo fortunato”.

SOCHI. E’ stato un suo goal ad aprire agli azzurri la strada della prima vittoria nel torneo di ice sledge hockey: “Sono strafelice, non è stata una partita facile ma siamo stati bravi; godiamoci questa mezzora di felicità, poi torniamo a pensare al prossimo avversario”, ha detto a caldo subito dopo la gara. Concentrazione e dedizione massima nelle parole di Andrea Macrì, ventiduenne torinese, al suo esordio alle Paralimpiade invernali dopo l’esperienza due anni fa a Londra 2012.

Un atleta a due facce, lo vedete fare hockey d’inverno e scherma d’estate, dividendosi a metà fra due discipline che ama e fra le quali – ripete spesso – spera di non doversi trovare un giorno a sceglierne solamente una. Il goal alla Paralimpiade, insieme al quarto posto ottenuto a Londra 2012, è il momento più alto della vita sportiva di questo giovanissimo che sei anni fa neppure sapeva dell’esistenza dello sport paralimpico.

Novembre 2008, liceo “Darwin” di Rivoli, vicino Torino: c’è la lezione di storia. Uno scricchiolio, un boato, calcinacci e polvere: cedono i sostegni di un pesante tubo di ghisa fra il soffitto e il controsoffitto. Crolla tutto proprio sopra il banco in cui siedono due diciassettenni: Vito Scafidi muore, Andrea Macrì è colpito alla schiena, ma resta vivo. Soccorsi, corsa all’ospedale, intervento chirurgico, coma farmacologico: la diagnosi è paraplegia incompleta da trauma vertebrale.

Macrì rifiuta la parola “fatalità”, lo ripete – ripensando a quel 2008 – anche a Sochi: “Moltissime scuole sono state trovate in condizioni perfino peggiori della mia, non esiste affatto la fatalità quando succedono quelle cose”. “Ho cominciato a fare sport terapia – racconta – durante il mio ricovero all’Unità spinale di Torino: nel giro di quattro anni ho potuto vivere delle emozioni incredibili, le più importanti proprio quelle di Londra e queste di Sochi”. “Certo – aggiunge – guardando indietro vedo anche la vita che poteva esserci per me senza l’incidente, ma non serve a niente, ora sono qua e sto vivendo un sogno, perché partecipare alle Paralimpiadi è il sogno di moltissimi atleti. Mi reputo fortunato”. Non manca mai il pensiero verso il suo amico morto su quel loro banco di scuola: “Ovunque la mia vita mi porterà, sarà sempre legata a lui, perché dove è nato il mio percorso sportivo è finito il suo percorso di vita. Non voglio però ricordarlo con le lacrime, perché si merita sorrisi, gioia e anche qualche bel goal”.

Goal che è arrivato proprio a Sochi, nel mezzo di una Paralimpiade che lascia Macrì “orgoglioso di esserci e di rappresentare il mio paese”: “Negli anni passati e qui in Russia – dice – ho visto tante persone con tantissimi tipi di disabilità fare cose incredibili, da stropicciarsi gli occhi, da dire ‘ma davvero ci riescono?’. Ecco, qualcosa da fare nella vita si trova sempre: il mio scopo io l’ho trovato, e vivere questa esperienza sportiva è davvero emozionante”.

da Redattore Sociale del 11-03-2014

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