Alberto, istruttore di nuoto nonostante la sedia a rotelle

VERONA. Arriva a bordo vasca circondato da un nugolo di ragazzini. Deciso e diretto, non fatica a farsi obbedire e in pochi secondi tutti si tuffano, seguendo poi le sue indicazioni. Lui li osserva e corregge i loro movimenti, facendo scorrere velocemente le mani sulle ruote della sedia a rotelle per seguirli lungo la corsia.
Alberto Pedone, 47 anni, nato a Brescia, ma residente a Raldon dal 2008, fa l’istruttore di nuoto in due piscine veronesi. I suoi allievi hanno dai 4 ai 70 anni e la sedia a rotelle non è mai stata un problema.
«Prima che le persone si iscrivano o iscrivano i loro figli ai corsi», racconta, «io dico sempre “Guardate che sono in carrozzina”». «Ma finora nessuno si è mai tirato indietro. La risposta è sempre stata: “Meglio, così mio figlio si sensibilizza”». Pedone ama il suo lavoro. Ha fatto la prima gara di nuoto a 4 anni e la prima partita di pallanuoto a 7. «È una passione che mi ha trasmesso mio padre Antonio che nel 1967 ha fondato la società Sport Club Brescia», racconta. «Quando mi hanno detto che non avrei più potuto camminare avevo un solo pensiero: come tornare a fare il mio lavoro. Non ho mai pensato di smettere. Pochi giorni dopo essere stato dimesso dall’ospedale mi sono rituffato in piscina cercando di adattandomi alla nuova condizione». E riuscendoci. «In acqua riesco di nuovo a sentirmi libero, è vero, si nuota più lentamente perché le gambe non fanno da propulsore, ma le vasche si fanno comunque».
La sua vita è cambiata il 18 novembre 2010: Pedone ha avuto un incidente stradale mentre stava raggiungendo una piscina dove faceva l’istruttore. Aveva 44 anni. «Sono stato ricoverato per sette mesi, ho subito diverse operazioni per stabilizzare la colonna vertebrale e poi ho fatto vari “tagliandi” in ospedale. Ho perso la sensibilità dallo sterno in giù», spiega. Un colpo durissimo, a maggior ragione per uno sportivo come lui, agonista di pallanuoto fino a 38 anni, e da sempre insegnante di nuoto, idrobike e acquagym. «Nell’acqua mi sento bene, è il mio habitat ed è per questo che ho anche ideato un progetto per i disabili».
Si chiama «Diversamente nuoto» ed è un programma di nuoto per diversamente abili che sarà attivato a breve. «L’acqua è un elemento fondamentale per il benessere psicofisico dell’uomo e ancor più per chi è disabile, visto che l’unico momento in cui non abbiamo bisogno di un ausilio per muoverci è quando siamo in acqua. Il progetto non sarà il classico corso di nuoto o di riabilitazione per persone con disabilità», precisa. «La differenza la farà l’insegnante, disabile come gli allievi. È il punto di forza del programma: gli allievi potranno eliminare barriere psicologiche, paure e imbarazzo perché avranno di fronte una persona nelle loro condizioni che mostrerà anche fisicamente come superare le dificoltà, scendendo in acqua con loro».
L’entusiasmo non manca a Pedone. E neppure l’ironia.
«All’ospedale di Negrar», racconta, «un giorno mi sono ritrovato in corridoio con altri due ricoverati: uno si chiamava Zoppi e camminava col bastone, l’altro Gobbi e procedeva col deambulatore e poi c’ero io, Pedone, sulla sedia a rotelle», racconta. «“Che terzetto”, ho detto agli altri due. E se la ride. «Mi piacciono i cabarettisti», confessa, «e un po’ di verve ce l’ho anch’io per fortuna». Poi torna serio. «Ci sono mattine che mi sveglio e cado dal letto perché dimentico di non poter più camminare», confessa. E aggiunge che a creargli più dispiacere è non poter prendere in braccio le sue figlie di 3 e 5 anni (ha anche un figlio di 21 anni), correndo con loro e facendole giocare in modo normale. «È durissima quando la più piccola mi chiede “Quando ti alzerai, quando guarirai papà?”. Allora mi sforzo di sorridere e le dico “Papà si è fatto male. Tanto male”. Ma lei mi risponde sempre: “Ma sei guarito ora?”». Per evitare troppe domande – e troppo dolore – ha buttato via tutte le vecchie foto eccetto una (quella più piccola pubblicata in pagina), comprese quelle dei suoi numerosi viaggi all’estero, sempre «inseguendo» il mare.
«Viaggiare era una mia grande passione e un’altra era correre in moto in pista», afferma. «Ora faccio “acrobazia” con la sedia a rotelle. Mi metto il casco e vado a fare le discese sulla pista per skateboard», racconta sorridendo. «In fondo, come dice Vasco Rossi, nonostante tutto “Io sono ancora qua”». Ha anche imparato ad arrangiarsi a fare tutto. «Lavo, pulisco la casa, passo l’aspirapolvere», dice. «La cosa più faticosa? Stendere il bucato. Non avendo gli addominali devo appoggiarmi con i gomiti sullo stendifilo e poi stendere il bucato. Ma il fatto di stare seduto sulla sedia a rotelle è solo la punta dell’iceberg», sottolinea. «Non sentiamo niente, ma i dolori li sentiamo tutti. Io vivo come se avessi una persona che mi stringe il costato tutto il giorno. Abbiamo spasmi e per questo prendiamo i miorilassanti. Le mie “cure” sono i miei figli e il mio lavoro, con loro dimentico tutto. Stando in acqua ho grandi benefici, sia mentre nuoto che dopo».
A fine mese lo attenderà un’altra sfida: è stato chiamato come aiuto allenatore dalla Pallanuoto Brescia Master, campione d’Italia nel 2013.
Pedone si toglie poi un sassolino dalla scarpa: «Se in piscina nessuno si tira indietro anche se sono un insegnante disabile, nella vita di tutti i giorni ciò non avviene. A volte parcheggio davanti al tabaccaio o al farmacista e per non scendere dall’auto chiedo a chi passa se può far venire fuori, da me, il titolare. O mostro il mio bancomat e chiedo se possono prelevare, se mi aiutano. Tutti dicono che sono di fretta, che hanno da fare, alcuni scappano. Per assurdo le persone dell’est e di colore sono sempre le più gentili».

di Chiara Tajoli

da L’Arena del 21-03-2014

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