Filippo Timi e Skianto. Se la disabilita’ e’ a teatro

MILANO. Il sogno da bambino era che glielo dicesse: lei mica era così. “Dai, Daniela, dillo”, con la complicità che c’è fra cugini che si sentono fratelli e amici. Che bello se un giorno lo avesse preso da parte e gli avesse sussurrato all’orecchio, giusto perché sentisse solo lui: “Filo, io capisco tutto, è che zio e zia si sono abituati così e io lascio fare. Fingo. A loro va bene così. Quindi tu parlami. Parlami”. Filippo raccontava allora a quella bimba “nata con la scatola cranica sigillata”. Ma lei quelle parole non gliele disse mai. Cosa pensa non lo sa nessuno. O forse sì.

Filippo Timi ci ha provato. Ha trasformato quei silenzi. Ha reso parola quegli sguardi. Lo ha fatto con gli strumenti che ha: scrivere, cantare, recitare in un monologo intenso e difficile, ma che ti tiene lì a vedere, ti fa ridere e commuovere, ti spinge un po’ più in là del sentire comune. “Skianto”, con glitter e k anni’80, è una bella opera sulla disabilità, in mezzo fra teatro civile e di sentimento, perché alla fine quello predomina, per fortuna. E la disabilità non è nascosta, è esibita nell’intimo, quello più difficile da scoprire, di un bimbo cerebroleso grave.

Sei un attore di quelli che, ancora, riescono a riempire i teatri, portare la gente al cinema, far stare davanti alla tv. Un po’ di culto e un po’ di nicchia. Come si diceva nel giornalismo di una volta (purtroppo anche di oggi), con le tre “s” non sbagli mai: sesso, sangue, soldi. Invece a Timi non interessano. Niente “s”, o quel che serve senza esibizionismi, perché nella vita c’è anche quello e chi ha una disabilità non sfugge alla vita. “Sono tornato alle origini”. Che vuol dire Umbria (il dialetto, che poi alla fine è solo inflessione o poco più, è quello) e famiglia (perché tutto parte da Daniela, che “oggi ha cinquant’anni, ma è come allora”, dice Filippo). Sul palco è solo a recitare, accompagnato dalla figura con chitarra di uno straordinario Andrea Di Donna, voce da Cat Stevens e James Taylor, bravo a fermare in musica le emozioni che arrivano da Timi.

Disabilità come tema centrale. Un bambino chiuso in se stesso, non articola le parole, non cammina, non riesce a esprimere quel che ha dentro. Una lesione cerebrale che pare farti vivere in un altro mondo. Spesso accade e ce lo si chiede: “Chissà cosa pensa?” Filippo prova a entrare lì dentro, in quello che crede possa esservi, i desideri nella normalità e quelli dei sogni: ballare come Heather Parisi e Miguel Bosè, cantare come Renato Rascel, muoversi come un pattinatore, Axel o Toe Loop, come si fosse Carolina Kostner o Valentina Marchei, Candy Candy in sottofondo. La disabilità che si fatica a comprendere in fondo ci chiede questo: ascolto.

Lo spiega anche Andrée Ruth Shammah, monumento del teatro non solo milanese, responsabile del Parenti: “Skianto mi spinge ad ascoltare anche quello che non viene detto. Viviamo di comunicazione verbale, se non sentiamo le parole è come se non ci venisse detto niente”. Quante volte la disabilità più grave ci interroga in questo senso? E ogni volta ci poniamo domande.

La storia di Filippo Timi è intrisa di disabilità. C’è Daniela, e questo lo abbiamo scritto. C’è la sua balbuzie, e l’incredibile dote di tanti attori che la vedono scomparire in scena. C’è l’ipovedenza, con la sindrome di Stargardt e quella ciambella davanti agli occhi in cui non si vede il buco (e fa venire in mente che giusto pochi giorni fa, a Sochi, il canadese Brian McKeever è entrato nel club dei dieci più medagliati di sempre alle Paralimpiadi invernali, lui che vedendo così è stato anche all’Olimpiade): “Sì ma, insomma, non posso dire sia per me una disabilità…”. Ci sono i rapporti professionali, quelli con Mirko Locatelli, regista che è anche tetraplegico, con il quale ha girato “I Corpi Estranei” (nelle sale dal 3 aprile, presentazione al cinema Messico a Milano). Timi sa che non ci si deve fermare a chi ha una disabilità: “Dentro a ogni persona chiusa nel suo mondo c’è qualcosa di grande, ne sono convinto. E ci sono coloro che gli sono vicini, genitori, fratelli e sorelle, amici”. Sì, la disabilità coinvolge tutti.
Quello Skianto ti arriva e dice: non pensare che non pensi.

Qui si voleva capire come anche a teatro si possa rappresentare la disabilità attraverso Skianto e Timi. Per una recensione di quelle vere, si può leggere ciò che ha scritto Livia Grossi sul Corriere del 24 marzo oppure l’articolo di Roberta Schira (per farlo, cliccare qui). Skianto, prodotto dal Teatro Franco Parenti e Teatro Stabile dell’Umbria, è al Teatro Parenti di Milano sino al 6 aprile, poi in giro per l’Italia. Come scrivono su twitter: # davedere.

di Claudio Arrigoni

da Corriere della Sera – Invisibili del 30-03-2014

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