Il bagno ad personam

C’è chi trasforma il bagno per disabili in un ripostiglio dove stipare ogni sorta di oggetto, chi pensa che un corridoio, poco più grande di una sedia a rotelle manuale, possa essere agevole per disabili e anziani. C’è chi offre una piazza d’armi dotata di ogni sorta di maniglia, maniglietta e ausilio studiato appositamente, ma poi non sostituisce i gradini per accedervi con una rampa. Infine c’è il bagno per disabili quasi perfetto. Gli esempi sopra riportati non sono il parto della mia fantasia, ma di quella di architetti e geometri che pianificano i servizi nei locali privati e in quelli pubblici.

A ben guardare non sono riuscito a fare il bagno a mia misura neanche a casa mia. Eppure mi ero fatto consigliare, avevo visto decine di bagni nei miei viaggi in giro per il mondo. Perché? è una domanda che a pochi giorni dal salone del Mobile di Milano spero risuoni nei padiglioni che ospiteranno la manifestazione. Per non parlare dell’aspetto di certi oggetti. Già perché funzionalità per persone con disabilità non fa mai rima con l’armoniosità delle forme del design. Perché il lavandino per disabili deve essere obbligatoriamente brutto? squadrato? sgraziato? E i maniglioni… che sembrano prelevati direttamente da una corsia di ospedale?

Forse è una questione di costi, è il primo pensiero che viene alla mente. E invece no. Sfogliando i cataloghi si scopre che i lavandini, per esempio, costano come, se non di più, dei fratelli più belli. Certo spesso, ma non sempre, c’è un meccanismo che consente di inclinarlo per consentire a chi vive seduto di infilarsi sotto e non rovesciarsi addosso ettolitri di acqua solo per lavarsi le mani o la faccia. Ma proprio questo meccanismo nasconde un pericolo per chi non ha sensibilità alle gambe… il sifone bollente che garantisce ustioni alle ginocchia o cosce. Disabilità che ti porti appresso, rischi che corri: c’è rischia di ferirsi il volto con l’asta del rubinetto come racconta Gianmarco Panza nel post sulla fruibilità della casa domotica.

In un’epoca in cui tutto è standardizzato anche il design si piega a regole non scritte, quasi frenato nella sua corsa a sfidare leggi e proporzioni. La creatività è imbrigliata da mode, dall’esigenza di stupire per emergere e non dal coniugare uso, funzionalità e fruibilità al concetto del bello. Una linea di pensiero è quella per esempio dell’Universal Design che studia oggetti per tutti. Ma forse sarebbe meglio dire filosofia di pensiero visto che segue sette principi ben definiti (è nato per l’abitazione e l’accesso ai servizi pubblici e commerciali presso il Center for Universal Design nel 1989 dal National Institute on Disability and Rehabilitation Research, ente del Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti d’America).

L’Universal design »può aiutare gli architetti e gli ingegneri, così come altre categorie a vario titolo coinvolte nel processo decisionale, a cambiare l’approccio mentale con cui, a qualsiasi scala, progettano – chiosa Michele Rella coordinatore scientifico del Corso di perfezionamento “Universal Design – progettazione inclusiva e sostenibile«-. I principi che lo ispirano portano a considerare ogni tipo di utente al centro del progetto, indipendentemente dalle sue abilità». «Se tutti concordano sull’utilità di questi concetti, però meno facile è la loro applicazione pratica – spiega Mariabeatrice Picco, ricercatrice dalla facoltà di architettura di Torino-».

Ma esiste un bagno perfetto? «A mio giudizio no – risponde Rella -. Esistono da un lato delle indicazioni fornite dalle leggi vigenti, che possiamo considerare un punto di partenza, un primo passo necessario ma non sufficiente. Esiste un modo corretto di pensare gli spazi organizzandoli e distribuendoli al meglio. Esistono però anche molti diversi tipi di disabilità, e talvolta il progetto che si realizza, più che universale, deve essere fatto ad personam».

Quindi? «Non direi che si possa parlare di un “bagno perfetto” come di un modello facilmente esportabile e adatto a tutti – dice Mariabeatrice Picco – quanto piuttosto di un’abilità, da parte di chi progetta, di ideare la migliore soluzione possibile per migliorare la qualità della vita di chi utilizzerà tale spazio».

di Simone Fanti

da Corriere della Sera – Invisibili del 30-03-2014

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