Una citta’ ad ostacoli per chi e’ disabile

LUCCA. Esercizio della domenica: fatevi bendare e poi chiedete che vi lascino in un punto qualsiasi del centro storico. Va bene Piazza San Michele, ma anche via Fillungo. Va bene l’Anfiteatro, o Piazza San Francesco. L’importante è che siate soli, senza i vostri occhi ad aiutarvi, senza punti di riferimento. È un esercizio crudele e sorprendente, ma è anche l’unico modo per comprendere le difficoltà insormontabili che i diversamente abili provano nell’affrontare la nostra splendida, medioevale, città che sopravvive identica ai decenni grazie ai condoni, alle deroghe, alle eccezioni (che fanno, e non confermano, la regola). A suggerirmelo è stato una conversazione di qualche tempo fa con Massimo Diodati, presidente dell’Unione dei Ciechi e degli Ipovedenti di Lucca. Per giorni ho pensato di mettere in pratica ciò che, involontariamente, il suo racconto della Lucca inaccessibile – fatta di spazi angusti, bagni irraggiungibili, inesistente segnaletica – suggeriva. E poi, ho deciso: proviamoci. Ieri pomeriggio ho messo così due bende oculari sugli occhi e inforcato i più scuri, e giganteschi, occhiali a mia disposizione. Mi sono fatta accompagnare sulle Mura e lì, con la garanzia di essere seguita a distanza, ho cominciato a camminare al centro di quella che mi pareva la strada più sicura, e più conosciuta. La prima e più forte sensazione è stata quella di essere perduta: il corpo oscillava con il vento, il sole batteva sulle guance e proiettava davanti a me un percorso fatto di luci e di ombre tenui, leggerissime, appena percettibili. Sentivo il vociare, e poi: un cane che abbaia, il rumore di due biciclette, l’affanno di un corridore. Di colpo mi fermavo, restavo paralizzata in un punto imprecisato della strada, a qualche centinaia di metri dal Villaggio del Fanciullo. Non avevo la forza di andare avanti, né di retrocedere: ero immobile, mentre il mondo non si accorgeva di niente o, peggio, mi ignorava. Non penso di aver mai provato tanta paura che qualcosa potesse succedere. Qualsiasi cosa: un cane che ti aggredisce, un ciclista che perde il controllo e ti travolge, qualcuno che si avvicina e, rendendosi conto della tua debolezza, se ne approfitta. Sapevo che non sarebbe accaduto nulla, eppure temevo. Mi dicevo: è solo questione di fare un passo, poi riuscirai ad andare avanti, e così ho fatto il primo passo e in questo nulla eterno delle Mura sono andata avanti per cinque, dieci, venti minuti. Un piede dietro l’altro, la testa alta per intercettare i movimenti degli altri, l’incapacità di decifrarli. E, dunque, è arrivato il tempo di scendere dalle Mura: non sapevo dove fosse la discesa, avanzavo traballante, dovevo chiedere: ma a chi? E come? Alla fine, quando ho sentito un respiro avvicinarsi ho chiesto: per scendere? «Ecco, lì» mi ha detto una donna, la voce roca della fumatrice. «Dove? Non vedo», ho risposto, e lei si è avvicinata un poco, mi ha afferrato la mano e l’ha guidata verso un punto imprecisato, oltre una curva o, forse, dopo un rettilineo. Sono andata in discesa. Ho continuato a camminare in questo vuoto irriconoscibile che è la mia città. Mai Lucca mi era parsa tanto ostile e complicata. I rumori erano echi infernali, non un’indicazione, non un aiuto. Volevo comprare un gelato, ma non avevo idea di dove fosse una gelateria. Avevo bisogno di un bagno, ma preferivo evitare quella caccia che si sarebbe dimostrata patetica e difficoltosa: in tutti questi anni non ho trovato un bagno a norma nel centro storico. La colpa è della struttura architettonica, e naturalmente dei condoni che hanno legalizzato i comportamenti non in regola. La certezza, una volta a casa, era però solo una: non siamo fatti per i diversamente abili. I progetti, a quanto pare, sono in costruzione. Ma non dovremmo forse fare qualcosa un po’ più rapidamente per cambiare?

di Flavia Piccinini

da Il Tirreno del 04-05-2014

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