Disabili in grotta con gli speleologi: un’avventura nelle viscere della terra

ROMA. Giotto e Giulio Guidi avevano una curiosità: poter scoprire l’interno di una grotta e capire cos’è la speleologia. Per loro, gemelli in sedia a ruote dalla nascita, poteva sembrare un’impresa impossibile. Ma, come spesso accade quando si parla di disabilità, le barriere sono più mentali che reali. Ne era convinto l’istruttore della Scuola nazionale di speleologia Matteo Turci che, incontrati per caso i gemelli in un campo di condivisione, ha deciso che la loro curiosità doveva essere soddisfatta. Bastava solo un po’ di inventiva e la voglia di provarci. Così nel 2011 è riuscito a portare i gemelli nella grotta Tanaccia, nell’Appennino romagnolo. Nasceva così, quasi per caso, l’esperienza che negli anni si è trasformata in “Diversamente speleo”, associazione nazionale declinata in diversi gruppi locali che periodicamente accompagnano le persone disabili nelle grotte, per un assaggio di speleologia. La loro storia è raccontata nel numero di maggio di SuperAbile Magazine, il mensile edito dall’Inail.

“Ho conosciuto Giotto e Giulio per caso – ricorda Matteo – e hanno iniziato a farmi moltissime domande sulla speleologia. La loro curiosità sul tema era inesauribile e io alla fine ho pensato: “Faccio prima a portarli in grotta”. L’ho proposto al mio gruppo di speleologia di Forlì, abbiamo organizzato una prima simulazione per vedere se era possibile far scendere una persona con la barella, quella usata per l’intervento di soccorso speleologico”. Quindi la prima escursione alla Tanaccia e il caricamento dei video su Youtube. L’interesse per l’esperienza è stato alto, molti i contatti e le richieste di informazione. Così è nata “Diversamente speleo”, che al momento può contare su cinque gruppi: Forlì, Narni, Pescara, Roma e Napoli. “L’anno scorso abbiamo organizzato il primo evento insieme – racconta Turci –, portando in grotta 120 speleologi, di cui una decina con disabilità e, di questi, cinque imbarellati. Siamo andati alla grotta del Mezzogiorno, chiamata anche grotta della Beata Vergine di Frasassi, l’unica naturale accessibile per i disabili. Poi abbiamo proseguito la giornata nelle grotte turistiche di Frasassi, che per bellezza sono al sesto posto nella classifica nazionale”.

“Tutto è nato davvero per caso. Io e mio fratello ci siamo interessati di speleologia e Matteo ha deciso che voleva farcela provare, ma ancora non sapeva se sarebbe stato davvero fattibile – ricorda Giotto –. Ha deciso che non dovevano esserci barriere, ci ha creduto e l’ha reso possibile”. La prima volta è stata un turbinio di emozioni: «All’inizio il sentimento che ha prevalso è stata la paura – spiega il ragazzo –: in tutte le nuove esperienze è normale provare un po’ di spavento. Ma subito dopo è arrivata la gioia, perché sapevamo di essere i primi in Italia a vivere questa avventura. È stato molto emozionante”. Ora Giotto e Giulio replicano ogni anno l’escursione e insieme a loro ci sono nuovi compagni di avventura. “Tutti inizialmente pensavano che la speleologia fosse inaccessibile, ma abbiamo dimostrato che si sbagliavano – aggiunge –. Certo, dipende dal tipo di patologia che si ha, se si è più o meno claustrofobici… Bisogna fare una valutazione preliminare, ma non ci sono grossi limiti. Basta che ci sia gente disposta a rischiare un po’”. La persona disabile, dice Giotto, da sola non può abbattere tutte le barriere: “Tanto dipende da chi le sta accanto, se è disposto a spendersi, a provare. Nel nostro caso Matteo ha deciso che tutto era possibile e ha fatto in modo che fosse davvero così”.

Tatjana è la mamma entusiasta del piccolo speleologo Aurelio, dodici anni. L’incontro con le grotte è arrivato casualmente: la scuola voleva organizzare un’escursione ma la presenza di Aurelio sembrava un ostacolo insormontabile. Tatjana ha pensato che non dovesse essere così, ha contattato gli speleologi e ha avuto la conferma che i limiti erano solo immaginari. Alla fine la destinazione della gita è stata modificata, ma lei ha voluto che il figlio provasse lo stesso l’esperienza. “Una persona disabile, soprattutto se ragazzo, deve poter vivere un po’ di avventura! Non deve essere per forza sempre tutto a norma, tutto sicuro, sulla passerella bella liscia… Ci vuole anche il divertimento ogni tanto. Per questo abbiamo deciso di vivere questa esperienza, che è stata bellissima e assolutamente da ripetere”. “Quando sei in escursione il sentimento predominante è la gioia, l’emozione – sottolinea Turci –. Il contatto fisico, il trasporto per la barella, fare fatica per l’altro sono sensazioni impareggiabili. Il nostro scopo è tenere alto il valore della persona disabile e far vedere che può arrivare dove vuole, basta volerlo. Oggi viene messa troppo spesso da parte e non è giusto”. Luca Cuttitta, un altro speleologo del gruppo, aggiunge: “Noi mettiamo a disposizione braccia e gambe e la conoscenza dei posti e delle tecniche a chi ne ha bisogno. Viceversa, gli amici neofiti delle grotte – bambini, anziani, persone con disabilità – ci donano sorrisi ed emozioni sincere: oggi è ciò che manca a noi tutti. È un mutuo scambio, neanche tanto equo, perché alla fine dell’esperienza in grotta ci guadagna di più chi ha scoperto che non basta essere atletici e forti per essere felici, ma è necessario aprire il cuore e farvi entrare tutta la luce che un gesto d’amore ci restituisce”. (Giorgia Gay)

da Redattore Sociale del 02-06-2014

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