“Le scuole precluse alle persone cieche”

AOSTA. Lo 0% delle scuole valdostane è accessibili a tutti i disabili. Oltre alle barriere fisiche, esistono le barriere senso-percettive, che impediscono la mobilità autonoma e sicura delle persone con disabilità visiva. Le percentuali di accessibilità superiori al 30% pubblicate su La Stampa del 25 maggio sono viziate da un errore basilare consistente nel partire dall’equazione: «Disabili = persone su sedia a ruote». Tale equazione è assolutamente falsa in termini assoluti, dato che fortunatamente i non deambulanti costituiscono una netta minoranza rispetto agli italiani affetti da qualche tipo di minorazione; ma anche se si considerano soltanto le disabilità che incidono sulla capacità di muoversi autonomamente, bisogna ricordare che i non vedenti sono in numero dieci volte maggiore rispetto a chi deve usare una sedia a ruote, senza considerare gli ipovedenti, e cioè chi ha un qualche residuo visivo che comunque gli impedisce di muoversi in tutta sicurezza, che sono in numero cinque volte superiore ai ciechi assoluti. Orbene, la legge italiana, come anche la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità, entrata a far parte integrante dell’ordinamento giuridico italiano, sanciscono il diritto anche dei non vedenti e degli ipovedenti a orientarsi e a muoversi in tutti gli ambienti degli edifici pubblici e delle strutture private aperte al pubblico, come anche degli spazi esterni, «in condizioni di adeguata sicurezza e autonomia», avvalendosi delle segnalazioni e accorgimenti di cui devono essere dotati edifici e spazi esterni. Non ci risulta che qualche scuola della Valle sia dotata di segnali tattili sul pavimento (Lbe) e di mappe a rilievo che sono appunto le segnalazioni di cui parla la legge. E si tenga presente che nelle scuole non devono poter entrare soltanto gli studenti, ma anche gli insegnanti e i genitori non vedenti o ipovedenti. Ma la cosa più grave è che questo errore non viene commesso soltanto dagli statistici o dai giornalisti, ma anche dai tecnici comunali e dai progettisti privati che, influenzati anche psicologicamente dal simbolo internazionale dell’accessibilità (una sedia a ruote), pensano a eliminare gradini e porte strette, ma dimenticano quegli accorgimenti anche più semplici da adottare, che renderebbero le strutture accessibili in sicurezza e autonomia anche ai minorati della vista.

Giulio Nardone,
Vicepresidente dell’Istituto Nazionale per la Mobilità Autonoma di Ciechi e Ipovedenti

da La Stampa del 03-06-2014

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