Parlarecivile, online l’enciclopedia contro il linguaggio discriminatorio

È il primo sito italiano nel suo genere, con oltre 300 termini ed espressioni usati dai media sui temi a rischio di discriminazione. Da “clandestino” a “zingaro”, da “storpio” a “diversamente abile” Con le alternative consigliate (quando ci sono).

Alcuni sindaci hanno vietato le strade alle persone con “deformità ributtanti” per dire no ai mendicanti. I media locali spesso denunciano al pubblico i “falsi storpi”, parola che deriva dal latino turpis, brutto, e i cui sinonimi prossimi sono “sciancato, impedito, cionco”. Si rispolvera così un vecchio termine che si usava nell’ortopedia ai primi del Novecento, quando si scrivevano trattati su “storpi, paralitici e mutilati”. La parola “storpio” nasce con una connotazione negativa, che si è accentuata nell’uso indicando l’intera persona a partire da una sua specifica caratteristica. È sempre il trasformare la parte per il tutto (figura retorica della sineddoche) a essere fonte di discriminazione.

Beppe Grillo chiama il premier Matteo Renzi “ebetino” e da anni dice che Silvio Berlusconi è uno “psiconano”. Umberto Bossi si rivolse a Renato Brunetta chiamandolo “nano”. Nella politica nazionale l’insulto passa spesso per il vocabolario della disabilità. Termini che in passato erano anche scientifici, ad esempio “subnormale”, oggi vengono usati come epiteti ingiuriosi che rimbalzano sui titoli dei giornali, senza porsi il problema dello stigma che ancora veicolano queste parole, soprattutto se usate fuori dal proprio ambito di riferimento.

Sono oltre trecento le parole e locuzioni di questo tipo analizzate all’interno del sito di “Parlare civile”. Sono le più usate dai media e nel linguaggio comune quando si parla di tematiche che coinvolgono minoranze spesso discriminate, storicamente e socialmente. Otto le aree tematiche trattate: Immigrazione, Rom e Sinti, Disabilità, Salute Mentale, Povertà ed Emarginazione, Religioni, Genere e Lgbt, Prostituzione e Tratta. È un progetto, primo in Italia nel suo genere, di cui nel 2013 è stata pubblicata una versione breve in un libro con lo stesso titolo, edito da Bruno Mondadori. Libro e sito sono stati realizzati da Redattore Sociale, il più importante network multimediale italiano sui temi sociali e dall’Associazione Parsec, tra le massime organizzazioni non profit di intervento e ricerca sociale, con il sostegno di Open Society Foundations. È curato dalla giornalista Raffaella Cosentino e dalle ricercatrici Giorgia Serughetti e Federica Dolente.

Ogni parola ha una scheda ricercabile in ordine alfabetico, che ne riporta l’etimologia, l’uso, i dati e le statistiche corrispondenti, le alternative consigliate (dove esistenti) e l’esempio tratto da alcuni casi giornalistici. In questo modo sono state pubblicate sul sito più di 180 schede-parola che all’interno contengono la spiegazione di un numero maggiore di espressioni, frasi fatte e termini collegati, per un totale di oltre trecento.

Tra i luoghi comuni, ci sono i “costretti sulla sedia a rotelle” e quelli che addirittura sono “inchiodati” alla carrozzina. Frasi fatte in cui sembra quasi che l’handicap sia colpa della sedia a rotelle, utilizzate per connotare la situazione di una persona che non può più camminare, o in seguito a un incidente, o per malattia. “Credo che chi usa queste espressioni non si renda neppure conto del danno che produce a una corretta comunicazione sulla disabilità – dice Franco Bomprezzi, giornalista in carrozzina – Lo stereotipo sposta la disabilità, la mancanza di mobilità fisica, proprio su quel mezzo, la carrozzina, che al contrario consente, a chi ne fa uso, di muoversi liberamente o spinto da qualcuno”. Secondo Bomprezzi, la carrozzina va associata all’idea di libertà, per uscire dallo stereotipo che il logo della persona in sedia a rotelle ha diffuso nel mondo.

Il “male” è sempre “incurabile”. Espressione preferita, assieme a “lunga malattia” per non nominare il tumore. L’effetto è di rafforzare i tabù attorno alle malattie. La locuzione male incurabile è un luogo comune. Esistono molte cure e terapie per il cancro, anche se ci sono tumori difficili da sconfiggere. Scrivere “male incurabile” è un messaggio che chiude la porta alla speranza. Anche la SLA, Sclerosi laterale amiotrofica, al momento è inguaribile, ma non “incurabile”.

“Soffre di un grave esaurimento nervoso” si dice come sinonimo di stress. Un’espressione popolare ambigua, priva di valore scientifico, che non si riferisce a una condizione precisa. È in voga perché non suscita automaticamente meccanismi di rifiuto ed è spesso usata per minimizzare situazioni più gravi che esporrebbero la persona colpita alla stigmatizzazione.

Non si tratta di un’operazione politically correct, calata dall’alto. Parlare Civile è contro gli eufemismi che mascherano la realtà. Le curatrici si sono rivolte ai diretti interessati per sapere come vogliono essere chiamati. “Non udenti” è scorretto perché quel “non” rende l’espressione negativa. “Allora noi dovremmo chiamarvi non sordi?” chiedono appunto i sordi. “Di colore” siamo tutti, allora perché chiamare così solo i “neri”. L’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, subito dopo la nomina, tenne una conferenza stampa in cui spiegò ai giornali italiani: “sono nera, non di colore”. L’immigrazione è la sezione più corposa del sito, con 70 schede-parola, da “clandestino” a “rifugiato”, a “efferato”, a “permesso di soggiorno”.

Nomade è un altro termine in voga per non dire “Rom” ed è carico di stigma, come si percepisce da un articolo di un sito locale sui “controlli durante il mercato settimanale a Sassuolo, in cui sono state fermate tre nomadi”. “Gli agenti hanno notato la presenza di tre donne di cui due vestite in maniera consona e di giovane età mentre la terza di chiara etnia rom che si aggiravano per il centro cittadino con fare sospetto – si legge – Prontamente fermate sono state accompagnate in ufficio ancora prima che mettessero in atto i loro chiari intenti illegali e sono state foto segnalate e accompagnate fuori dalla Provincia”.

In molti casi di cronaca si parla di “delitto passionale”, “omicidio passionale” (ma anche “pista” e “movente passionale”), uniti a espressioni come “dramma della gelosia” e “raptus di follia”. Sono il linguaggio con cui il giornalismo racconta la morte delle donne per mano della violenza maschile, quando a compiere il reato è un uomo che era vicino alla vittima: un fidanzato, un marito, un ex, un amante respinto. Modi di dire e di scrivere che richiamano un passato non troppo lontano, in cui per il “delitto d’onore” compiuto dagli uomini (per punire condotte “disonorevoli” delle donne) erano previste le attenuanti contenute nel Codice Rocco. Solo nel 1981 la legge italiana ha abrogato queste disposizioni. ‘Gelosia’,‘passione’, ‘amore’ diventano facile movente e persino attenuante. Almeno nella considerazione e condanna sociale del “femminicidio”. Viene ridotta o banalizzata la responsabilità di chi uccide una donna, e con ciò normalizzata la violenza. Il linguaggio dei media può avere un ruolo di primo piano nel produrre un cambiamento di mentalità.

da Redattore Sociale del 08-07-2014

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