Ironman Zanardi. Alex è senza limiti «Ora sogno lo spazio e Indianapolis»

HAWAII. Ruggisce come il celebre leone hollywoodiano della Mgm e contrae i muscoli delle braccia che hanno lavorato per quasi dieci ore senza fermarsi un attimo, Alex Zanardi. Anzi, Sandrino, come lo chiamano Filippo, suo compagno di banco alle medie, e il resto del gruppo di amici arrivati fin qui per sostenerlo. Ora è un IronMan anche lui, come gli gridano nel momento in cui taglia il traguardo. Ride, ma dice di essere stato vicino alle lacrime, lui che non si emoziona quasi mai: «Mi succede se vedo una bambina dare un bacio al suo papà, raramente nelle competizioni sportive. Invece, quegli ultimi trecento metri, infilato nel budello di pubblico che mi incitava, mi hanno fatto commuovere». Recrimina, perché se no non sarebbe Zanardi, il campione che non si accontenta mai: «Peccato che il vento me ne abbia combinate di tutti i colori durante la prova di handbike. E nel nuoto ho preso tanti di quei calci, perché quelli con le gambe sprintano per infilarsi nelle corsie libere, ma io le gambe non le ho. Mi hanno tolto anche il boccaglio e ho perso tempo». L’obiettivo Già perché la sua sfida non prevedeva solo un gomito a gomito con questa schiera di umanità che si spacca la schiena per ottenere i galloni di uomini e donne di ferro. Lui voleva scendere sotto le dieci ore e ha compiuto la missione: 9h47’14”. Quello era il dato dichiarato pubblicamente, dentro di sé, però, aveva in mente altro: «Speravo di andare sotto le nove. Nella handbike non ho avuto fortuna. Dopo il 50 chilometro sempre vento contrario. Poi al ritorno, invece che a favore, me lo sono ritrovato trasversale e a un certo punto una raffica per poco non mi fa ribaltare. Sarei un bugiardo se dicessi che non credevo di fare meglio. In una giornata migliore, ce l’avrei fatta». Ora Zolder Ancora non ha potuto guardarsi dentro per decidere se Sandrino ha fatto in pieno il suo dovere: «La risposta sarà sempre no: l’unico modo per migliorarsi», ti spiega. E poi ci sarà da pensare al domani. Dice: «Il domani è la corsa di Zolder la settimana prossima con la mia Bmw nel campionato GT Blancpain. Tornerò qui? Sono troppo stanco, in questo momento ho qualche dubbio. Ma fra 24 ore, magari, avrò dimenticato la fatica e allora…». E allora? E’ quando apre quel sorriso irresistibile che lo ha fatto diventare un divo in tutto il mondo, pure dove non conoscevano la sua storia di pilota: «Mi sono convinto che se uno si prepara bene e trova il sabato perfetto, è possibile arrivare davanti a tutti. Sì, battere persino i professionisti normodotati». Nello spazio Sandrino guarda oltre, perché il passato è solo esperienza di cui fare tesoro. Te lo rispiega per l’ennesima volta: «Quando stringevo la medaglia d’oro a Londra ero felice, ma già un po’ triste perché quel viaggio lo avevo ormai messo alle spalle. E c’era da pensare al futuro». Il suo futuro ha un comune denominatore: il sogno. Li divide in due categorie: quelli non proprio impossibili e quelli che invece rasentano la follia. Parte dai primi: «Vorrei che fra qualche anno mio figlio 16enne si appassionasse a qualcosa nello stesso modo in cui lo faccio io. E poi spero di potermi ripetere ai Giochi di Rio nel 2016». E quelli pazzeschi? «Correre la 500 miglia di Indianapolis e andare nello spazio». Sbircia più in là, per vedere se sua moglie Daniela lo ha sentito. Sa bene di averla detta grossa, ma quante altre volte è accaduto in un recente passato?

da La Gazzetta dello Sport del 13-10-2014

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