Un Albero Indiano. Se uno scultore cieco insegna l’arte in India

C’è una scuola dove ci sono materie diverse. “Non insegniamo l’alfabeto, insegniamo le abilità”. E’ lontano, dall’altra parte del mondo. Ci è stata Takisha, 10 anni, che non vede da quando ne aveva cinque e ha la voce da usignolo. E Lumiang, 20 anni, nato sordo e cieco, con problemi di relazione. La Bethany school di Shillong, India remota non lontano dal Bangladesh, ha dato forma ai loro sogni. Anche in senso letterale. Lo ha fatto con l’aiuto di Felice Tagliaferri, straordinario scultore non vedente, che ha portato e insegnato la sua arte. Facendo capire: “Si può fare!” Lo ha fatto grazie a Cbm Italia, la più grande organizzazione non governativa che combatte le disabilità visive nel mondo (e basta poco: si digita 45594 e con 2 euro si salva una persona, in particolare un bambino, dalla cecità).
In quei giorni in India con Felice, amico di InVisibili, c’erano il regista Silvio Soldini e il documentarista Giorgio Garini. E’ nato così “Un Albero Indiano”, un documentario bellissimo, dove la voce narrante è Tagliaferri, ma i protagonisti sono i 15 bambini e gli insegnanti che alla Bethany School hanno imparato da lui l’arte della lavorazione della creta. Soldini e Garini continuano il percorso con Cbm nel racconto delle storie di persone cieche iniziato con “Per Altri Occhi”. Lì si intrecciavano le vite di chi non vede, con immagini lontane dallo stereotipo di chi non ha la vista. Tagliaferri era uno dei protagonisti. Questa volta con loro è volato lontano, povertà che non ha fine, dignità immensa: “Io non parlo la loro lingua, loro non parlano la mia, ma comunichiamo con il cuore e ci capiamo benissimo”. Dalla Bethany School sono passati 400 bambini. E’ nata grazie a Bertha Gyndykes Dkha, divenuta cieca per una retinite pigmentosa. Spiega Rosa, la direttrice: “Il focus non è sulle loro difficoltà, ma sulle loro abilità”. Una scuola inclusiva, fra India e Bangladesh.

Tra i banchi della Bethany School si compie il miracolo. E’ vero che Felice non conosce nulla della lingua, ma la modalità di comunicazione che trova con i bambini ciechi, sordi o sordociechi è quella dell’arte. Alla fine sarà un albero, bellissimo, che nasce da mille mani diverse, che alcuni non potranno vedere, ma sentono, toccano, fanno loro. Ogni giorno si lavora insieme per un obiettivo. “Per imparare a fare il passo più lungo della gamba”: Felice rovescia i luoghi comuni attraverso le sue mani che plasmano e toccano e non si fermano mai. “Digli che può lisciare meglio: gli occhi non gli funzionano, ma il tatto sì”, fa spiegare a uno degli allievi. In quindici giorni, ragazzi e ragazze, chi normodotato, chi cieco o sordo, chi con difficoltà relazionali o intellettive, imparano a lavorare la creta, ognuno a suo modo. Non ci sono distinzioni per Felice: “Non esistono i disabili e gli abili, tutti hanno le loro disabilità, tutti possono trovare le loro abilità”.

Da quei giorni in India, grazie al sostegno di Cbm Italia, alla Bethany School si è avviato un laboratorio permanente di lavorazione della creta aperto a tutti, bimbi normodotati o con cecità e sordità, senza differenze. Il documentario di Silvio Soldini e Giorgio Garini ha dentro i valori di Cbm, dall’inclusione alla valorizzazione delle abilità, ma sa raccontarli dentro la storia con “letizia e allegria di fondo”, per usare parole di Soldini. Bella questa: letizia. Si può usare anche in situazioni che appaiono difficili? “Un Albero Indiano” ci dice di sì ed è bello che una organizzazione come Cbm, che opera in 70 Paesi con 700 progetti in situazioni difficili e spesso drammatiche, abbia attenzione nel comunicare così. Cbm fa molto con poco. Per superare la cataratta basta un intervento di 30 minuti, per vincere il Tracoma, chiamato “malattia dell’acqua” perché da quella si prende, basta una goccia di medicina, ma deve essere usata velocemente. Fino al 1 novembre sarà possibile sostenere la campagna “Apriamo gli occhi”: 45594 per sostenere i progetti in 14 Paesi in via di sviluppo, con operazioni oculistiche per bambini delle famiglie più povere, allestire cliniche oculistiche mobili, svolgere attività di screening, distribuire occhiali.

“Un Albero Indiano” ci spiega che un altro mondo è possibile. Felice Tagliaferri ci insegna come si ribalta il pensiero. Silvio Soldini e Giorgio Garini ci mostrano quanto tutto questo sia bello. Con letizia e allegria.

di Claudio Arrigoni

da Corriere della Sera – Invisibili del 18-10-2014

 

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