Uomini, donne e l’assistente sessuale

BRESCIA. Una vignetta in cui si indicano le diversità “erotiche” tra donne e uomini «Ciò che più mi dispiace, è che mio figlio a 27 anni non abbia ancora incontrato una donna. Eppure è un bel ragazzo». Ed è vero, Angelo (nome fittizio per celare la sua identità) è un gra bel ragazzo, alto, biondino, con due occhi azzurri limpidi e sinceri. Sembrano gli occhi di un bambino quando cerca lo sguardo di sua madre che lo accompagna a ricevere il premio assegnato della Fondazione della comunità bresciana e dal fondo Antonio e Luigi Goi per la sua laurea fresca di conseguimento. Lui è un ragazzo autistico, con sindrome di Asperger. E ha un modo tutto suo di vivere la propria sessualità: «Sta chiuso in bagno, al buio, con gli occhiali scuri calati sul volto a masticare una cicca di sigaretta raccolta forse per strada – racconta la mamma -. Nient’altro». Fa tenerezza e riporta alla mente i gesti del film Quasi amici, quanto il protagonista provava piacere sessuale semplicemente facendosi accarezzare le orecchie. Una storia che mi fa riconsiderare il disegno di legge sull’assistente sessuale. Me lo fa rileggere da un altro punto di vista.

Eppure non riesco a ricondurre tutti i fili di questo intricato tessuto a un unico pensiero. Mercoledì 15 sono stato chiamato a raccontare e a parlare di Sessualità e disabilità a un seminario all’Università di Brescia, contestualmente alla premiazione da parte della Fondo Antonio e Luigi Goi (due ragazzi morti a vent’anni in un incidente automobilistico nel bresciano) di quattro laureati con disabilità che hanno portato a termine il loro percorso con ottimo profitto. Mezz’oretta per concentrare 35 anni di battaglie: la psicologa del Centro clinico Nemo, Gabriella Rossi, chiamata come relatrice al convegno, mi ricorda che il primo seminario sul tema fu nel 1981. «Forse dovremmo fare un pizzico di autocritica – racconta la dottoressa che presso il centro Nemo del Niguarda segue persone con Sla e Distrofia muscolare – Non è solo la società ad essere guidata da un pre-giudizio, talvolta anche gli stessi operatori e i familiari considerano la sessualità un tabù. Ma tenere lontani da sé questa tematica non la risolve. E soprattutto non permette di sfruttare quest’opportunità. Sì il sesso è un’opportunità per molti». Una ricerca condotta del centro, infatti, dimostrerebbe che all’interno di una coppia in cui uno dei partner ha una disabilità, il ritorno alla sessualità porta benefici. «Il legame si rinsalda, diventa più tenero, diminuisce l’aggressività e la rabbia. Si trovano nuovi stimoli per “vivere”».

Un concetto a cui più o meno ero arrivato nel mio ultimo post in cui ponevo una domanda, come fanno sesso i disabili? e poi lasciavo aperta la risposta a ciascun lettore. Scatenando, però, più che una riflessione, una serie di commenti tra il voyeristico e il simil medicale. Ognuno a suo modo (Il ragazzo di Brescia masticando una cicca, il protagonista del film quasi amici facendosi massaggiare le orecchie… sono solo due forme di una variegata sessualità), come risposta non bastò. Per alcuni il sesso o è legato ai genitali o non è sesso. Un’affettività sessuale, istintiva e ancestrale, una diversità delle sensazioni non sembra poter esistere. Puro gesto atletico o niente.

Se così fosse allora ben venga l’assistente sessuale: una figura che sulla base di una formazione psicologica, sessuologica e medica, “sia in grado di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria, psichica, o cognitiva, a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale – cito il testo depositato in Senato disegno di legge n 1442 – e a indirizzare al meglio le proprie energie interne, spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività”. (da leggere anche su Superando: La disabilità, il dibattito sull’assistente sessuale e oltre). Se il diverso, il non conforme ai canoni di bellezza contrasta con una società lanciata a tutta velocità verso l’edonismo, la perfezione del corpo (i ritocchini maschili e femminili sono in aumento), se fa a pugni con la società del selfie, dell’egonarcisismo digitale, meglio affidarsi a un professionista? E’ difficile esprimere un’opinione se si pensa a certe situazioni. Ad esempio a quella che racconta la dottoressa Rossi, la storia di un giovane adulto con la distrofia muscolare di quasi 40 anni che, con l’unica finestra aperta sul mondo: il suo computer, esprime il desiderio di mettersi alla prova, di sperimentare quanto più volte sognato… «E forse anche consapevole del poco tempo che potrà avere a disposizione, ha chiesto di poter provare almeno una volta il contatto intimo con una donna. Ed è dovuto ricorrere a una Escort».

Ma questa forse è una visione semplicistica, un po’ maschile, del rapporto con la sessualità. Infatti è contemporaneamente difficile dissentire dalle posizioni espresse in un bel dibattito riportate da alcune donne sulle pagine web dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare che vi invito a leggere intergralmente, potendo riportare qui sono alcuni frammenti di testi molto articolati e pregni di significato ed emozioni.

«Il diritto alla sessualità non può essere riconosciuto per legge, – scrive Francesca Arcadu, donna con disabilità e componente del Coordinamento del Gruppo donne Uildm – né normato garantendo la vittoria a tavolino. E’ un percorso da riconoscere e vivere passando attraverso altre vie, è un allenamento sul campo, è un intero campionato da giocare in squadra, prima con sé stessi e poi con chi ci circonda. E’ come voler fare goal senza aver palleggiato lungo il campo, senza aver sudato o aver fatto gavetta in panchina, per continuare per metafore sportive».

Forse una via per avvicinarsi in punta di piedi a questo argomento, così intimo e così personale, è proprio quello di calarsi nei panni delle persone che vivono la situazione, la stigma sulla propria pelle e nella propria anima, come suggerisce Maria Cristina Pesci, donna con disabilità, medico e sessuologa: «Se parliamo di sessualità e di disabilità, siamo tutte e tutti noi, persone con o senza disabilità, chiamati a fare i conti con le nostre esperienze, i nostri valori, i nostri punti irrinunciabili, le nostre incertezze, le possibili paure, i desideri più visibili e quelli che nascondiamo ai nostri stessi occhi: la nostra stanza dei desideri viene aperta, illuminata e a poco serve cercare di chiudere gli occhi con le mani, come fanno i bambini più piccoli, quando cercano di non farsi trovare».

E ancora: «La sessualità legata alle persone con disabilità evoca invece soprattutto inganno, violenza, prevaricazione, incesto, vergogna e spogliazione di ogni sentimento che abbia a che fare con l’amore. Ci si ritrova nudi, fotografati senza discrezione, come animali strani che rinchiusi in cattività, cercano di imitare qualcosa di più grande di loro. Essere inclusivi significa non giudicare a priori, non ragionare per categorie, che a sua volta implica non difendersi quando l’unica minaccia in gioco non è la propria incolumità, ma lo scoprirsi simili, forti e vulnerabili insieme, anche rispetto alla sessualità, come tutte e tutti».

di Simone Fanti

da Corriere della Sera – Invisibili del 20-10-2014

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...